Visualizzazione post con etichetta sport. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sport. Mostra tutti i post

martedì 10 gennaio 2017

LO STATO DEL CALCIO

Agli inizi dell’Europeo di Francia si è avuta netta l’impressione di un Calcio regressivo, con tante squadrette volenterose a tirare avanti alla bell’e meglio; in tale situazione è stato facile prevedere che, nell’evidente appiattimento dei valori, la nostra Italia avrebbe fatto la sua bella figura. E’ un dato storico che nei grandi avvenimenti, quando c’è da tirar fuori l’anima, l’italiano è sempre imbattibile; trionfa lo spirito del Fabrizio Quattrocchi “Adesso vi faccio vedere come muore un Italiano!” Nessuno può far paura a un Italiano. Questa volta ci ha traditi soltanto lo Stellone italico, che spesso in passato ci ha favoriti; e un po’ di guasconeria che non è nella nostra indole. Vero Pellè? Vero Zaza? Prima il pallone in rete e poi tutti gli sfottò che vi prudono. Altra previsione azzeccata la vittoria sulla Spagna; è un dato statistico, ogni serie di avvenimenti, positivi o negativi, è prossima a spezzarsi quanto più si allunga. Altro importantissimo dato, la scomparsa dei fuoriclasse che con un tocco, una finta, saltando l’avversario, spalancavano le porte illuminandole di gol, col rendere il calcio il gioco più bello del mondo. In sintesi questi Europei appena conclusi, messi in pensione come si è detto i veri assi, hanno evidenziato il trionfo di squadre e giocatori di secondo piano, forti atleticamente e nient’altro; che nel Calcio nessuno può vincere sempre; che senza campioni autentici il Calcio muore.
Analizzando ogni singolo elemento partendo dalle cosiddette outsiders, l’avvisaglia del team inglese Leicester avrebbe dovuto facilmente far intuire che agli Europei francesi ogni squadra partecipante avrebbe colto l’occasione per mettersi in mostra, al di là dei propri limiti tecnici. Infatti le esplosioni di Islanda, Galles, Croazia e Portogallo hanno riempito di gioia piazze calcistiche affamate di trionfi. E’ un dato che i dirigenti del Calcio mondiale dovrebbero prendere in seria considerazione, e non favorire spudoratamente le società più ricche per ottenerne loschi vantaggi. Smettetela con le manipolazioni fraudolente, se non volete veder morire questo sport straordinario. Prendete il caso della serie A italiana, proprio voi dirigenti sportivi. E’ dal 1991/92 (escluse le vittorie delle due romane a cavallo di fine ed inizio secolo) che per ben 25 anni lo scudetto ha viaggiato esclusivamente da Milano a Torino. Che noia vomitevole! Ma vi sembra una cosa seria? Manco il calcio cipriota degli anni ’50. In un’epoca in cui i valori sono così appiattiti da produrre differenze minime tra una squadra e l’altra. Pensate che il pubblico serio non si sia accorto che fra sostanze vietate, scommesse e cifre spropositate anche per un capo di stato, avete superato il massimo limite della decenza. Che noia mortale il Calcio italiano, altro che campionato più bello del mondo; slogan utile soltanto ai saltimbanchi televisivi per vendere partire; ai presidenti delle società più ricche per incentivare le attività personali; ed ai presidenti delle più povere che comprando e vendendo giocatori, falsificando bilanci, s’arricchiscono anche loro. Con tale andazzo, chiaro che il calcio attuale è seguito in primis da gente che specula, e della peggior specie (vediamo a che portano le indagini sul “suicidio” dell’ultras juventino); poi da esagitati supporters delle curve che, scopri scopri, pure loro un evidente interesse venale ce l’hanno. Noi, puri amanti del Calcio, i soli a rimetterci; meno male che ci restano i tornei cittadini, dove Calcio vero se ne può ancora vedere.
E passiamo al dato delle serie che si spezzano. La riprova si è avuta con la Spagna, dopo sei anni in cui ha vinto tutto, battuta prima dalla Croazia e poi dall’Italia; la stessa Italia battuta dopo anni dalla Germania, che macchia il fresco titolo mondiale facendosi eliminare dalla Francia che non vi riusciva da tempo immemore. E, sposini sulla torta, il Portogallo, che mai nulla aveva vinto, trionfa contro i padroni di casa della Francia, favoritissimi e sbeffeggiati davanti ai propri sostenitori. Quello stesso Portogallo che, dopo tre miseri pareggi, esce dall’inferno dei gironi come terza ripescata. E’ proprio un Calcio minore quello che ha vinto in Francia, se ancora vi fosse bisogno d’una conferma. Il mio parere per una fase finale senza favoritismi è quello di giocarla in campo neutro.
Giudichiamo ora i presunti assi attuali. Se si pensa che fra i più acclamati vi sono due giocatori mediocri (per me che ne ho visti tanti) come Ronaldetto (per distinguerlo dal vero Ronaldo asso puro) e Pogba, si ha l’esatta idea di quel che oggi è il livello tecnico del calcio. Alle sviolinate per mancato pallone del primo, si contrappongono le furiose galoppate dell’altro, del tutto simili a quei cavalli poderosi che da ragazzini, in un campo di calcio, chiamavamo i “cavalli della Birra Peroni”. Di solito noi li utilizzavamo, giocatori simili non i cavalli, quando c’era da spianare un nuovo campo di periferia. Con le loro sfrenate corse portando il pallone in avanti, aravano le dure zolle di quei terreni abbandonati dai contadini, sradicavano vecchi ceppi rinsecchiti, spiantavano spuntoni di roccia dalle profondità, rendendo livellato in un paio di settimane tutto il fondo di quel campo. L’unica attenzione che noi dovevamo fare, quella di salvare le gambe al loro passaggio, o con una finta evitarli, per poi vederli ruzzolare da soli con un vantaggio migliore per livellare il campo. A parte i colpi di testa che i due, ingiustamente osannati assi dell’Europeo, sanno assestare al pallone con la loro stazza corazziera, Ronaldetto almeno quel gol col tacco è riuscito a farlo, senza però giustificare gli spropositati cento milioni con cui è stato sopravvalutato oltre ogni limite. Lo stesso colpo di tacco che in Germania Italia è stato tentato e ciccato da Gomez (che in una partita gioca più palle del supervalutato portoghese), permettendo a Buffon la più facile delle deviazioni in angolo. A proposito del tanto esaltato portiere “più bravo del mondo” soltanto per gli italici scribacchini, ma vi siete resi conto che si sta parlando di un atleta prossimo ai quaranta; se il futuro del nostro calcio è questo, allora sì che ci aspettano tempi cupi. Confesso di essere di parte; nulla da eccepire per l’atleta, ma l’uomo Buffon mi ha molto deluso, e non certo per fatti personali che sono soltanto suoi, ma per alcune dichiarazioni poi smentite dai filmati di partite per le quali si era espresso, e per aver sperperato in scommesse una cifra spropositata (da sue stesse ammissioni in una indagine calcistica); è pur vero che i soldi sono suoi (ma anche dei suoi figli), sprecare però una somma tanto ingente per una attività in cui vince sempre il banco, è da stupidi. Ritornando al calcio, il Buffon reattivo di qualche anno fa avrebbe parato almeno tre dei rigori che hanno infilzato lui e noi tifosi tutti; e quella deviazione su Gomez l’avrebbe certamente trasformata in una semplice presa con le mani. Vero che i rigori non sono mai stati la sua specialità (quante gare ha perso dagli 11 metri) ma, a parte la parata su passaggio indietro al “proprio portiere” di Muller, gli errori sul palo o fuori di altri due tedeschi, ed essersi spiazzato sul quarto rigore, Buffon ha intuito gli altri cinque facendosi però bucare sempre senza beccarne una. In quattro rigori è riuscito solo a sfiorare la palla con le mani tese (due volte tuffandosi a destra e due a sinistra), colpa evidente del ridotto scatto di reni per cause anagrafiche. Il quinto che avrebbe salvato capra e cavoli, se l’è fatto passare sotto la pancia, quando sarebbe bastato rimanere in piedi e respingerlo con i medesimi. Ecco perché rimpiangiamo, noi che abbiamo avuto la fortuna di vederli giocare, autentici fuoriclasse come Pelè, Sivori, Grillo, Garrincha, Ghiggia, Rivera, il primo Maradona, Messi e simili, i pochi in grado di saltare l’avversario, i soli che, seminandoli, venivano fuori come allegri folletti da nugoli di difensori per andare a rete o far segnare il compagno. Oggi solo forza fisica e tiracci a indovinare …
Una nota di folklore voglio infine dedicarla agli “esperti” del calcio che la Rai ha dispiegato in tutto l’arco del torneo, completando l’opera buffa con quello show per tiratardi già di per sé rintronati dal sonno; uno spettacolo caciarone presentato dal miglior caciaro che la Ciociaria abbia prodotto (anche se originario di Roma). Io sempre gioisco quando un “Aristotele” qualsiasi viene smentito sul sistema solare. Gli Europei di Calcio, se non altro, mi hanno molto divertito per gli interventi improvvisati di falsi maestri del calcio. Smentiti tutti i filosofi del Calcio. Smentiti i telecronisti, che non hanno ancora capito di non essere dei Carosio; forse nessuno vi ha detto che il vostro compito è quello di effettuare una telecronaca con pochissime e utili parole, senza scimmiottare gli urlatori sudamericani; le radiocronache del “calcio minuto per minuto” sono ormai superate. Parlate, dunque, il meno possibile, perché mentre vi preparate a raccontare ad esempio un gol, i telespettatori (non radioascoltatori) l’hanno già visto e memorizzato; sappiate che il telespettatore per un principio di fisica elementare ha già visto quello che voi tentate di raccontare; la luce è più veloce del suono. Se poi tutti i telespettatori fanno come me, eliminando totalmente l’audio, diventate del tutto inutili, voi, gli ambulanti di Sky e quelli di Premium, che ci raccontate sempre la falsa favoletta della “partita più bella” solo sulla propria rete. I vecchi telecronisti erano in parte sopportabili; per aggravare la situazione che ti fa la Rai, mettendosi in diretta concorrenza con le reti minori? Ti raddoppia il ruolo affiancando all’inutile telecronista un presunto tecnico, disoccupato da tempo, che non capisce nulla di calcio, altrimenti starebbe su un campo di gioco invece che in una stretta cabina giornalistica da stadio. Deprimente l’accoppiata Rimedio-Zenga; un allenatore che con i suoi strafalcioni tecnici ha fatto capire a tutti il perché dei suoi tanti incarichi interrotti; sarà pure stato un sufficiente portiere, ma lasciasse stare i commenti tecnici. E poi quel Rimedio; ma è quel Rimedio rimediato (non sono riuscito a trovare altro vocabolo) dall’ippica? Sarebbe la prima volta che sia stato accolto l’insulto inverso “Ma datti al calcio!!!” … Un solo rammarico; essersi fatti sfuggire, dopo i tanti cervelli della scienza, anche l’unico calcistico; l’Antonio Conte. Da Pugliese a Pugliese, grazie Antonio; con quel materiale cianfrusato dagli scarti di squadrette italiane hai reso campioni chi non lo era; sei l’unico che negli ultimi anni si sia fatto onore in Europa … Ritorna a renderci felici, evitando che il Vero Calcio svanisca come una bolla di sapone … Ritorna …


Edito a Bari il 12.7.2016
ITALIETTA DIVENTA ITALIA

Bah, visto quel che c'è in giro a questi europei, la nostra Italietta, fatta da mest'Antonio Conte con buoni operai, può benissimo giocarsela con tutte le squadrette che si stanno esibendo in Francia; non s'è ancora fatto notare nessun piede di velluto, ma tante vanghe metalliche che stanno arando quei bellissimi campi da gioco ... Mah! Chi si contenda gode lo stesso ... Pensare che quel Pogda, Podga, Pobga era indicato come una delle stelle di questi europei ... Va be' che in giro per il mondo c'è poco di meglio ... Troppi soldi fanno la crisi del calcio ... FORZA ITALIA, comunque e ovunque ... E augurissimi a sant’Antonio Conte …


Edito a Bari il 13.6.2016

venerdì 23 settembre 2016

IN MEMORIA DI UN FRATELLO GRANDE, BIAGIO CATALANO

Biagino, due i ricordi indelebili che dopo 60 anni mi porto dentro. La mattina dell'8 maggio del 1958, mio primo allenamento nei ragazzi del Bari sotto la guida di Onofrio Fusco. Era la prima volta che mi perdevo gli spari di San Nicola. In compenso rimasi incantato dalle cannonate da te sparate nella porta a nord del vecchio Stadio della Vittoria. Un improvviso scappellotto di mister Fusco mi distolse dall'incanto: "Pupetto, che fai dormi?" L'altro qualche hanno dopo, in un torneo estivo sul vecchio campo da calcio, quello con la polvere di tufo, del Redentore. Noi più giovani stavamo facendo i soliti tiri di prova prima della partita, quando il pallone da me calciato male finì dietro la nuca del Parroco che, indirizzato da alcuni amici "ruffiani", stava per raggiungermi e darmi uno di quei "checheri" di cui andava famoso; tu Biagio, subito ti intromettesti dicendogli "Don Castiglione, non l'ha fatto apposta!", evitandomi così una bella "panocchia" per il giorno dopo e, come immediata reazione al dolore, di apostrofarlo "Don Cazzchiglione ... ", nomignolo con cui, storpiando il suo cognome, lo ingiuriavamo un po' tutti. Ciao Biagino, sei partito prima, ma tanto ci rivedremo!

Edito  a  Bari il 29.8.2015


lunedì 30 giugno 2014


FALLIMENTI MONDIALI

 

Dal giorno dell'eliminazione dell'Italia ho ascoltato e letto commenti di ogni genere da soloni, cervelli, geni del calcio. Da nessuna mente così "eccelsa", però, è uscita questa semplice verità che io, da anonimo ex calciatore semiprofessionista, ho invece colto immediatamente. Non per difendere Balotelli, indifendibile sotto ogni aspetto; ma i “senatori” della squadra che tanto lo hanno criticato, non si sono accorti che sino al momento della sua sostituzione l'Italia era ancora qualificata e di conseguenza, se siamo stati eliminati, il "merito" è tutto e soltanto loro? Cioè, di chi era in campo? Il solito incredibile italiota scaricabarile. D'altronde, che credibilità avrebbero quei “senatori” che, in altre circostanze, hanno negato l'evidenza di un gol davanti a telecamere e microfoni; quei “saggi del calcio”, padri di famiglia, che hanno ammesso con tutta incoscienza di aver sperperato milioni di euro in scommesse; quegli stessi calciatori che negli ultimi anni hanno sfoderato una serie indicibile di immorali sfarfallate! Avrebbero bisogno di una solenne tirata d'orecchie, se non fosse che ce l'hanno già tanto lunghe. Eh birichini. Di più, discolacci. No, furboni. Peggio, pagliacci. Meglio, Buffoni! Possedere tanti soldi non è mai segno di alto valore, altrimenti Totò Riina e soci sarebbero molto più in alto di voi.
 

Edito a Bari il 29.6.2014

 

giovedì 6 giugno 2013

FEDI DI CUOIO

Certamente il vostro D’Alò è juventino. Naturalmente, in quella sfera di cuoio presa a calci da tutti, noi di fedi contrarie, quindi noi maggioranza, dissentiamo completamente dalle sue affermazioni. Intanto, la fede è fede ed è a vita, per qualunque maglia, colore o sport si parli; lievi variazioni di percentuale nelle tifoserie si possono avere tutt’al più ad ogni cambio generazionale e non nel volgere di un esiguo lustro, si vinca o si perda; altrimenti non esisterebbero tifoserie di squadre come Bari, Palermo, Atalanta ed altre che mai nulla hanno vinto. Inoltre, se nell’articolo di ieri ai termini juventino (bianconero, zebra, Torino, eccetera), sostituiamo romanista (giallorosso, lupa, Roma), milanista (rossonero, diavolo, Milano), partenopei (biancazzurri, ciuccio, Napoli), abbiamo un pezzo buono per tutte le stagioni e colori. Alla fine, perciò, rimangono decisivi proprio quei “numeri freddi e incontestabili” i quali, insieme alla più longeva  e potente proprietà calcistica in Italia (gli Agnelli, per oltre un secolo prima servitori della monarchia e poi “monarchi” loro stessi), rappresentano l’altra “forza” dei torinesi. Traducendo quei numeri in titoli nazionali, infine, bisogna ricorrere proprio alla fredda aritmetica: la statistica di D’Alò dice che trenta tifosi su cento sono di fede juventina, di conseguenza tre arbitri su dieci da ragazzini hanno tifato per i bianconeri, pertanto, anche se inconsciamente, il primo amore non lo si scorda mai, in Italia … Per i titoli internazionali è tutt’altra storia, a conferma della nostra teoria. Purtroppo tu, mio caro Bari, così come tutte le squadre povere, non potrete mai vincere nulla; non basta aver fede in una sfera di cuoio, è necessario avere altro tipo di cuoio molto vicino al cuore. A questo punto, meglio non partecipare: da oltre 20 anni lo scudetto viaggia nel breve tragitto Milano-Torino se si escludono i due titoli del 2000-2001. Roba da campionato cipriota, altro che calcio più bello del mondo!

Edito a Bari il 6.6.2013

martedì 28 febbraio 2012

SFARFALLATE

Dalla farfallina di Belen alle farfalle di Buffon: ma è proprio l’Italia delle donnine, dei bulli, dei ricchi scemi, dei furbi vanagloriosi, degli evasori, dei mafiosi, dei politici fuorilegge; insomma della minoranza chiassosa, che tanto male procura al Paese degli Onesti, alla maggioranza laboriosa. Sembrava un atleta serio il portiere ma, alla fine, è venuta fuori tutta l'essenza che il suo cognome evidenzia: in nomine veritas.
 Edito a Bari il 28.2.2012

mercoledì 14 settembre 2011


C’E’ 18 E 18

Molti quotidiani sportivi e non, influenzati dal coma profondo che dal 2006 ha colpito i centri nevralgici della FIGC dopo le ultime intelligibili decisioni, hanno riportato erroneamente nella classifica scudetti Milan 18, Inter 18. Visto il caos regnante indisturbato nelle alte sfere dell'unica sfera che rotolando fa il suo dovere, è necessario intervenire correggendo Milan 18, Inter 17+1.

Edito a Bari il 16.8.2011

lunedì 31 dicembre 2007

BJUVE

Sono sempre stato dell’idea che fra i peggiori mali della società italiana sia da annoverare, oltre che Politica e Mafia, anche la Juve. Oggi parlo della Juve. Ho dovuto aspettare di vedere veramente la squadra torinese giocare in B per credere di nuovo in un calcio di autentici valori sportivi; ho temuto sino all’ultimo che lo strapotere juventino colpisse ancora, trasformando per l’ennesima volta i torti in meriti a discapito della Giustizia. Le pretese della nuova dirigenza di lasciare la squadra in A hanno fatto subito pensare che ancora una volta l’arroganza, anzi la tracotanza sino alla protervia dei piccoli Agnelli avrebbe avuto la meglio su tutto e tutti. Fortunatamente così non è stato e spero tanto che ciò indichi l’inizio di un nuovo corso per il calcio italiano, fatto soprattutto di lealtà sportiva. Se questo serve a mitigare il dispiacere degli incolpevoli tifosi juventini, fra i quali conto figli e amici carissimi, non dimentichiamo che altre squadre in passato sono state radiate per aver commesso un nanoatomo delle colpe della loro squadra. Anche i tifosi di quelle squadre hanno sofferto molto, sempre per colpa di dirigenti mascalzoni, di gente che con tutta certezza non ama il calcio. Chi doveva controllare ha chiuso tutti gli occhi, soprattutto quelli della coscienza: molti hanno definito il campionato italiano il più bello del mondo, senza accorgersi che intanto lo scudetto negli ultimi quindici anni ha viaggiato senza soste per ben tredici volte sull’asse Milano-Torino. Ma a qualcuno questa sembra una storia seria, logica, plausibile, visto che ormai in tutti gli sport i valori vanno sempre più livellandosi? Lasciando in pace i tifosi, quindi, e ritornando all’istituzione Juventus, queste le colpe che le vanno imputate nella sua storia centenaria:
- essere stata sino al 1945 anche la squadra dei Savoia, sinonimo di massima potenza all’epoca, anche se di un regno miserello; a riprova ecco due indizi che avvalorano l’ipotesi dell’appoggio reale: Gianni Agnelli impose il lutto al braccio ai suoi giocatori alla morte di Umberto II; impressionante la somiglianza fra l’Avvocato e Vittorio Emanuele IV;
- essere stata dal 1945 ad oggi la squadra della famiglia più potente d’Italia con i conseguenti condizionamenti nei vari settori: uno dei tanti, Garonzi presidente del Verona e concessionario Fiat nei primi anni ‘70; tutti da ragazzi abbiamo tifato per qualche squadra, la metà per quella bianconera, quindi in ogni categoria sociale il 50% tifa Juve; di conseguenza, ogni categoria ha favorito per amore la squadra torinese;
- nel campionato 1999/2000 i favoritismi furono così palesi (fra gli altri, vedere gol annullato a Cannavaro in Juve – Parma), che persino l’Avvocato ne fu talmente disgustato da ordinare ai suoi di perdere la successiva e decisiva partita col Perugina, regalando lo scudetto alla Lazio;
- pretendere l’assegnazione dell’ultimo scudetto, quando la squadra doveva essere in serie C o radiata sin dall’inizio del torneo 2005/06 per quanto commesso dal suo Moggi nel 2004/05: condizionamento dell’unica categoria in grado di modificare un risultato a favore o contro, quella degli arbitri che, in gare dove la squadra torinese apparentemente non c’entrava, espellevano i più forti giocatori di quella squadra che nelle gare successive doveva incontrare la Juve, favorita quindi per l’indebolimento degli avversari; e una volta che gli arbitri entravano nel libro bianconero dei condizionamenti, che necessità c’era di ricordarglielo per le annate successive;
- essere passata indenne attraverso ogni bufera giudiziaria: il calcio-scommesse, i medicinali osè e molto, molto altro ancora.
I grandi Agnelli sono sempre riusciti a dimostrarne l’estraneità con il loro indiscutibile carisma; che i tempi siano cambiati lo dimostra la vicenda attuale, anche se questa volta nemmeno l’Avvocato sarebbe riuscito a salvare la squadra dagli illeciti, dalle frodi, dalla slealtà sportiva in cui i suoi dirigenti dimissionari l’hanno coinvolta.
Ma la colpa più grave che soprattutto io addosso alla dirigenza bianconera, colpa per la quale avevo suggerito di cambiare nome alla squadra per l’indelebile macchia che ne ha oscurato per sempre la sua storia, è stata perpetrata fra le ore 18,30 e le 20,30 del 29 maggio 1985 in quel di Bruxelles fuori e dentro lo stadio Heysel, quando gli Agnelli, incapaci di esercitare il loro carisma in Europa come lo facevano in Italia, pur di conquistare la loro prima coppa campioni, fecero scempio delle 36 vittime, loro tifosi e fratelli dei tifosi di tutte le squadre, calpestando i loro corpi caldi con tacchetti e sfera di cuoio, intingendo quella coppa nel loro sangue fresco. Molti ebbero il cinismo di festeggiare quella vittoria alla stregua di una battaglia da bassissimo medio evo; pochi ebbero il coraggio di accettarla come la sconfitta più grande della loro vita, fra questi ultimi ricorderò sempre il sincero Boniek. Gli Agnelli non hanno mai rinnegato quella coppa maledetta; eppure dovevano coglierne i segni nelle tante sventure che hanno colpito la famiglia; personalmente avrei donato cento scudetti alla Juve pur di salvare uno solo degli Agnelli.
Ecco perché oggi si paga: simili peccati prima o poi si devono sempre pagare. E per finire, propongo ancora alla nuova dirigenza di cambiar nome alla squadra: meglio un nuovo nome per un’altra storia, perchè Bjuve è proprio brutto.
redatto a bari il 8.9.2006

CALCIO VERGINE

Dopo tanto calcio sporco, alla fine una nota di purezza: decaduta la Grande Signora, in A è rimasta immacolata soltanto la Signorina Grande a cui, per meglio proteggere la verginità, hanno dato uno scudetto usato, donandole anche un bel record, il titolo di “campione d’italia” (titolo minore, iniziale minuscola) con il punteggio più basso della storia. Dalla vergogna al ridicolo.

redatto a bari il 28.7.2006


LA MAGLIA DI GULLIT

Come ogni anno, ormai consolidata tradizione, anche alla fine dell’ultimo campionato di calcio c’è stato il lancio delle maglie verso gli spalti. Quest’anno, però, mi è toccato assistere a quel che succede dopo, fra i tifosi, per conquistarsi il ricordo del proprio campione.
Trenta maggio 1993. San Siro ore 17,45. La partita è appena finita. I rossoneri festeggiano la conquista del tredicesimo scudetto, girando a bordo campo. Si fermano in curva, invocati dalla fazione più calorosa dei milanisti. Fra le teste dei giocatori le treccine di Gullit spiccano come neri vettori. L’olandesone si sfila la storica maglia numero dieci. Indietreggia per una breve rincorsa e lancia l’ancor vaporoso cimelio verso un gruppo già pronto a lottare per conquistarsi il simbolo di un’epoca.
I supini raggi solari, proiettando le lunghe ombre del tempio calcistico sulla multicroma folla festante, riescono a trovare un pertugio nella tribuna, illuminando, come intenso riflettore, la scena della imminente mischia, ancor meglio di quel che avrebbe potuto fare il più esperto dei registi. La maglia lanciata dalle possenti mani nere vola appallottolata verso una selva di ansiose mani tese.
L’estemporanea palla rossonera esplode improvvisa, come un fiore che sboccia nell’azzurro del cielo crepuscolare. Le maniche si stendono opposte simili a lunghi petali. Il dorso della casacca si apre scoprendo al centro un candido dieci, che il riverbero del sole morente lo fa più luminoso. Il glorioso indumento rallenta il volo, si ferma in stallo, plana poi dolcemente verso il gruppo in fremente attesa. Ondeggia, costringendo la folla ad ondeggiare. Cercando di cambiarne la destinazione, i più forti spintonano il gruppo. Ma non c’è nulla da fare; è già deciso. Con un ultimo scarto la maglia s’adagia su cinque coppie di artigli pronti ad afferrarla.
Una ragazzina e quattro uomini lesti la celano, la scoprono, la tendono. Percepita l’impossibilità di inserirsi nella zuffa, tutti gli altri s’allontanano. S’iniziano le schermaglie decisive. Un signore vestito di blu, con il collo della camicia bianca aperto e la cravatta scura slacciata, tira una manica; le tempie striate di grigio, una rada corolla di capelli neri intorno al cranio, calvo in cima, due occhietti spiritati, ha l’aspetto del tradizionale impiegato statale. All’altra manica è attaccato un giovane dall’aria decisamente professionale; meno di trent’anni, occhi azzurri, riccioluto e biondissimo, camicia di seta, jeans firmati e mocassini. Mezza spalla e il colletto del trofeo conteso sono fra le dita sottili ma forti di un giovanotto dall’evidente spirito studentesco; corvina e folta la lunga chioma. Un energumeno, alto forte robusto, i capelli castani a spazzola, abbigliamento e sembianze da lavoratore di braccio, stringe il busto della maglia, coprendo in parte il mitico numero dieci con la larga sinistra callosa chiusa a pugno; la destra, intanto, sospinta dal braccio muscoloso, distribuisce equamente vigorosi spintoni. Al lembo inferiore sono abbarbicate le piccole mani dell’unica donna la quale, più che impossessarsi della maglia, sembra ne sia posseduta come in un esorcizzante ballo di San Vito; i suoi lunghi capelli rossi ondeggiano dappertutto, simili a fiamme nella vorticosa tempesta intorno a lei. E’ la sola in balia degli eventi.
Il primo a mollare è il funzionario statale dopo una poderosa spinta dell’energumeno. La manica appena liberata cade subito preda delle svelte mani dello studente. Poco importa all’energumeno, perché nel suo improvvisato piano di battaglia ha previsto di liberarsi prima di chi può dargli più fastidio; costringere, poi, i due ragazzi alla resa sarebbe stato un gioco.
Rivolge il secondo attacco, perciò, contro il professionista. Cerca dapprima di aprirgli le dita in cui è stata arrotolata, intanto, la manica destra. Non riuscendovi e accortosi che anche l’avversario possiede una bella forza, passa a menare spintoni energici per fargli perdere l’equilibrio e così mollare la presa. Inutile anche quest’attacco, sta per passare ad azioni più distruttive, quando s’accorge con stupore che l’antagonista è stato costretto a mollare la presa per prendere istintivamente al volo il suo costoso orologio, che aveva perso un asse del cinturino per i continui strattoni. Il professionista, recuperato il prezioso, s’allontana imprecando. Approfittando della indifferente ma volontaria distrazione dell’energumeno, lo studente s’impossessa agile dell’altra manica. Ora la maglia è per molto meno della metà nelle sue mani; la gran parte è nella sinistra dell’energumeno, tranne il lembo inferiore dove, tenacemente avvinghiata, s’aggrappa ancora la ragazzina. Fa tenerezza.
Le sue possibilità di conquista sono nulle; come d’altronde pochissime sono le chances dello studente. Infatti, certo di aver superato gli ostacoli più duri, il viso dell’energumeno si rilassa in una smorfia di trionfo. Con le fronti ricamate da gocce di sudore che, scivolando lungo le guance arrossate, si sperdono nei colletti delle magliette in rivoli sotterranei, tre paia d’occhi si fronteggiano. Il primo dilatato dal piacere dell’imminente vittoria, il secondo illuminato da viva intelligenza, il terzo spaurito. All’ennesimo strattone le mani sottili della ragazzina perdono la presa sul tessuto. Stanca ma non vinta, si scosta di pochi passi, rimanendo seduta sul gradone a seguire la conclusione della conquista.
Un ghigno che vorrebbe essere un sorriso fa esplodere una forza animalesca, che l’energumeno riversa nell’ultimo atto. Grugnisce, si agita, scuote l’avversario dall’una all’altra parte, in avanti poi indietro. Lo solleva per un istante e lo lascia ricadere l’attimo dopo. Sembra che l’impari duello debba concludersi da un momento all’altro; frazioni di secondo e dovrebbe essere fatta. Ma lo studente, intanto, non molla. Usa le braccia come ammortizzatori. Non si oppone a quella forza della natura; anzi, accondiscende con lucidità ad ogni brusco movimento dell’altro nel tentativo, inutile in apparenza, di sfinirlo. La presa, comunque, è sempre ben salda. I rivoli di sudore s’ingrossano sino a rendere entrambi fradici. I dieci sensi sono attivamente all’erta, le due menti in contrastante riflessione, le quattro braccia ferme per una breve pausa; sembrano pilastri di cemento quelle dell’energumeno, cavi d’acciaio puro le braccia dello studente. La lotta riprende. Sembra bella, interminabile, invece il tutto dura solo da una manciata di minuti. Non c’è mai stata violenza pura. Ognuno ha usato i propri mezzi nei limiti della lealtà soggettiva. La breve pausa ha dato linfa rinnovata all’energumeno che riparte con accanimento. Pur avendo speso indubbiamente di più, ora è deciso a metter fine allo scontro, a conquistarsi definitivamente il cimelio. Lo studente continua ad opporre resistenza passiva ma, tuttora con energie fresche, la conclusione sembra segnata. Quando quasi tutta la maglia, bagnata ora anche del sudore dei campioni sconosciuti, è nelle mani sicure del più forte, accade l’imprevisto. La ragazzina, scattata dal sit-in che s’è imposto e aggirando le spalle ampie dell’energumeno, ormai esausto, gli infila le sue delicate manine sotto le capaci ascelle provocandogli un frenetico solletico, che in breve lo costringe a mollare completamente la sua faticosa conquista. Veloce lo studente afferra la maglia di Gullit e corre via, subito raggiunto dalla ragazzina. L’energumeno si riprende all’istante. Pronto a scattare per inseguirli, rinuncia vedendoli abbracciati far scomparire tra loro l’insperato trofeo. Capisce che quella maglia era già stata destinata, quando scorge allontanarsi, illuminate dall’ultimo sole, le due teste unite, l’una rossa e l’altra nera.
Dedica dell’autore
A Gullit e agli altri 10” della storia rossonera: dai primi pionieri, passando per Green e Liedholm, per Schiaffino, Grillo e Rivera, sino ai giorni nostri. Un grazie riconoscente per le tante gioie che ci hanno donato. Onore agli “Imbattibili di Fabio Capello”.
Una dedica riconoscente da chi tifa MILAN da una vita.

redatto a bari il 30.5.1993