martedì 10 gennaio 2017
venerdì 23 settembre 2016
lunedì 30 giugno 2014
giovedì 6 giugno 2013
Certamente il vostro D’Alò è juventino. Naturalmente, in quella sfera di cuoio presa a calci da tutti, noi di fedi contrarie, quindi noi maggioranza, dissentiamo completamente dalle sue affermazioni. Intanto, la fede è fede ed è a vita, per qualunque maglia, colore o sport si parli; lievi variazioni di percentuale nelle tifoserie si possono avere tutt’al più ad ogni cambio generazionale e non nel volgere di un esiguo lustro, si vinca o si perda; altrimenti non esisterebbero tifoserie di squadre come Bari, Palermo, Atalanta ed altre che mai nulla hanno vinto. Inoltre, se nell’articolo di ieri ai termini juventino (bianconero, zebra, Torino, eccetera), sostituiamo romanista (giallorosso, lupa, Roma), milanista (rossonero, diavolo, Milano), partenopei (biancazzurri, ciuccio, Napoli), abbiamo un pezzo buono per tutte le stagioni e colori. Alla fine, perciò, rimangono decisivi proprio quei “numeri freddi e incontestabili” i quali, insieme alla più longeva e potente proprietà calcistica in Italia (gli Agnelli, per oltre un secolo prima servitori della monarchia e poi “monarchi” loro stessi), rappresentano l’altra “forza” dei torinesi. Traducendo quei numeri in titoli nazionali, infine, bisogna ricorrere proprio alla fredda aritmetica: la statistica di D’Alò dice che trenta tifosi su cento sono di fede juventina, di conseguenza tre arbitri su dieci da ragazzini hanno tifato per i bianconeri, pertanto, anche se inconsciamente, il primo amore non lo si scorda mai, in Italia … Per i titoli internazionali è tutt’altra storia, a conferma della nostra teoria. Purtroppo tu, mio caro Bari, così come tutte le squadre povere, non potrete mai vincere nulla; non basta aver fede in una sfera di cuoio, è necessario avere altro tipo di cuoio molto vicino al cuore. A questo punto, meglio non partecipare: da oltre 20 anni lo scudetto viaggia nel breve tragitto Milano-Torino se si escludono i due titoli del 2000-2001. Roba da campionato cipriota, altro che calcio più bello del mondo!
martedì 28 febbraio 2012
mercoledì 14 settembre 2011
lunedì 31 dicembre 2007
BJUVE
- essere stata sino al 1945 anche la squadra dei Savoia, sinonimo di massima potenza all’epoca, anche se di un regno miserello; a riprova ecco due indizi che avvalorano l’ipotesi dell’appoggio reale: Gianni Agnelli impose il lutto al braccio ai suoi giocatori alla morte di Umberto II; impressionante la somiglianza fra l’Avvocato e Vittorio Emanuele IV;
- essere stata dal 1945 ad oggi la squadra della famiglia più potente d’Italia con i conseguenti condizionamenti nei vari settori: uno dei tanti, Garonzi presidente del Verona e concessionario Fiat nei primi anni ‘70; tutti da ragazzi abbiamo tifato per qualche squadra, la metà per quella bianconera, quindi in ogni categoria sociale il 50% tifa Juve; di conseguenza, ogni categoria ha favorito per amore la squadra torinese;
- nel campionato 1999/2000 i favoritismi furono così palesi (fra gli altri, vedere gol annullato a Cannavaro in Juve – Parma), che persino l’Avvocato ne fu talmente disgustato da ordinare ai suoi di perdere la successiva e decisiva partita col Perugina, regalando lo scudetto alla Lazio;
- pretendere l’assegnazione dell’ultimo scudetto, quando la squadra doveva essere in serie C o radiata sin dall’inizio del torneo 2005/06 per quanto commesso dal suo Moggi nel 2004/05: condizionamento dell’unica categoria in grado di modificare un risultato a favore o contro, quella degli arbitri che, in gare dove la squadra torinese apparentemente non c’entrava, espellevano i più forti giocatori di quella squadra che nelle gare successive doveva incontrare
- essere passata indenne attraverso ogni bufera giudiziaria: il calcio-scommesse, i medicinali osè e molto, molto altro ancora.
I grandi Agnelli sono sempre riusciti a dimostrarne l’estraneità con il loro indiscutibile carisma; che i tempi siano cambiati lo dimostra la vicenda attuale, anche se questa volta nemmeno l’Avvocato sarebbe riuscito a salvare la squadra dagli illeciti, dalle frodi, dalla slealtà sportiva in cui i suoi dirigenti dimissionari l’hanno coinvolta.
Ma la colpa più grave che soprattutto io addosso alla dirigenza bianconera, colpa per la quale avevo suggerito di cambiare nome alla squadra per l’indelebile macchia che ne ha oscurato per sempre la sua storia, è stata perpetrata fra le ore 18,30 e le 20,30 del 29 maggio
Ecco perché oggi si paga: simili peccati prima o poi si devono sempre pagare. E per finire, propongo ancora alla nuova dirigenza di cambiar nome alla squadra: meglio un nuovo nome per un’altra storia, perchè Bjuve è proprio brutto.
redatto a bari il 8.9.2006
Dopo tanto calcio sporco, alla fine una nota di purezza: decaduta
redatto a bari il 28.7.2006
Trenta maggio 1993. San Siro ore 17,45. La partita è appena finita. I rossoneri festeggiano la conquista del tredicesimo scudetto, girando a bordo campo. Si fermano in curva, invocati dalla fazione più calorosa dei milanisti. Fra le teste dei giocatori le treccine di Gullit spiccano come neri vettori. L’olandesone si sfila la storica maglia numero dieci. Indietreggia per una breve rincorsa e lancia l’ancor vaporoso cimelio verso un gruppo già pronto a lottare per conquistarsi il simbolo di un’epoca.
I supini raggi solari, proiettando le lunghe ombre del tempio calcistico sulla multicroma folla festante, riescono a trovare un pertugio nella tribuna, illuminando, come intenso riflettore, la scena della imminente mischia, ancor meglio di quel che avrebbe potuto fare il più esperto dei registi. La maglia lanciata dalle possenti mani nere vola appallottolata verso una selva di ansiose mani tese.
L’estemporanea palla rossonera esplode improvvisa, come un fiore che sboccia nell’azzurro del cielo crepuscolare. Le maniche si stendono opposte simili a lunghi petali. Il dorso della casacca si apre scoprendo al centro un candido dieci, che il riverbero del sole morente lo fa più luminoso. Il glorioso indumento rallenta il volo, si ferma in stallo, plana poi dolcemente verso il gruppo in fremente attesa. Ondeggia, costringendo la folla ad ondeggiare. Cercando di cambiarne la destinazione, i più forti spintonano il gruppo. Ma non c’è nulla da fare; è già deciso. Con un ultimo scarto la maglia s’adagia su cinque coppie di artigli pronti ad afferrarla.
Una ragazzina e quattro uomini lesti la celano, la scoprono, la tendono. Percepita l’impossibilità di inserirsi nella zuffa, tutti gli altri s’allontanano. S’iniziano le schermaglie decisive. Un signore vestito di blu, con il collo della camicia bianca aperto e la cravatta scura slacciata, tira una manica; le tempie striate di grigio, una rada corolla di capelli neri intorno al cranio, calvo in cima, due occhietti spiritati, ha l’aspetto del tradizionale impiegato statale. All’altra manica è attaccato un giovane dall’aria decisamente professionale; meno di trent’anni, occhi azzurri, riccioluto e biondissimo, camicia di seta, jeans firmati e mocassini. Mezza spalla e il colletto del trofeo conteso sono fra le dita sottili ma forti di un giovanotto dall’evidente spirito studentesco; corvina e folta la lunga chioma. Un energumeno, alto forte robusto, i capelli castani a spazzola, abbigliamento e sembianze da lavoratore di braccio, stringe il busto della maglia, coprendo in parte il mitico numero dieci con la larga sinistra callosa chiusa a pugno; la destra, intanto, sospinta dal braccio muscoloso, distribuisce equamente vigorosi spintoni. Al lembo inferiore sono abbarbicate le piccole mani dell’unica donna la quale, più che impossessarsi della maglia, sembra ne sia posseduta come in un esorcizzante ballo di San Vito; i suoi lunghi capelli rossi ondeggiano dappertutto, simili a fiamme nella vorticosa tempesta intorno a lei. E’ la sola in balia degli eventi.
Il primo a mollare è il funzionario statale dopo una poderosa spinta dell’energumeno. La manica appena liberata cade subito preda delle svelte mani dello studente. Poco importa all’energumeno, perché nel suo improvvisato piano di battaglia ha previsto di liberarsi prima di chi può dargli più fastidio; costringere, poi, i due ragazzi alla resa sarebbe stato un gioco.
Rivolge il secondo attacco, perciò, contro il professionista. Cerca dapprima di aprirgli le dita in cui è stata arrotolata, intanto, la manica destra. Non riuscendovi e accortosi che anche l’avversario possiede una bella forza, passa a menare spintoni energici per fargli perdere l’equilibrio e così mollare la presa. Inutile anche quest’attacco, sta per passare ad azioni più distruttive, quando s’accorge con stupore che l’antagonista è stato costretto a mollare la presa per prendere istintivamente al volo il suo costoso orologio, che aveva perso un asse del cinturino per i continui strattoni. Il professionista, recuperato il prezioso, s’allontana imprecando. Approfittando della indifferente ma volontaria distrazione dell’energumeno, lo studente s’impossessa agile dell’altra manica. Ora la maglia è per molto meno della metà nelle sue mani; la gran parte è nella sinistra dell’energumeno, tranne il lembo inferiore dove, tenacemente avvinghiata, s’aggrappa ancora la ragazzina. Fa tenerezza.
Le sue possibilità di conquista sono nulle; come d’altronde pochissime sono le chances dello studente. Infatti, certo di aver superato gli ostacoli più duri, il viso dell’energumeno si rilassa in una smorfia di trionfo. Con le fronti ricamate da gocce di sudore che, scivolando lungo le guance arrossate, si sperdono nei colletti delle magliette in rivoli sotterranei, tre paia d’occhi si fronteggiano. Il primo dilatato dal piacere dell’imminente vittoria, il secondo illuminato da viva intelligenza, il terzo spaurito. All’ennesimo strattone le mani sottili della ragazzina perdono la presa sul tessuto. Stanca ma non vinta, si scosta di pochi passi, rimanendo seduta sul gradone a seguire la conclusione della conquista.
Un ghigno che vorrebbe essere un sorriso fa esplodere una forza animalesca, che l’energumeno riversa nell’ultimo atto. Grugnisce, si agita, scuote l’avversario dall’una all’altra parte, in avanti poi indietro. Lo solleva per un istante e lo lascia ricadere l’attimo dopo. Sembra che l’impari duello debba concludersi da un momento all’altro; frazioni di secondo e dovrebbe essere fatta. Ma lo studente, intanto, non molla. Usa le braccia come ammortizzatori. Non si oppone a quella forza della natura; anzi, accondiscende con lucidità ad ogni brusco movimento dell’altro nel tentativo, inutile in apparenza, di sfinirlo. La presa, comunque, è sempre ben salda. I rivoli di sudore s’ingrossano sino a rendere entrambi fradici. I dieci sensi sono attivamente all’erta, le due menti in contrastante riflessione, le quattro braccia ferme per una breve pausa; sembrano pilastri di cemento quelle dell’energumeno, cavi d’acciaio puro le braccia dello studente. La lotta riprende. Sembra bella, interminabile, invece il tutto dura solo da una manciata di minuti. Non c’è mai stata violenza pura. Ognuno ha usato i propri mezzi nei limiti della lealtà soggettiva. La breve pausa ha dato linfa rinnovata all’energumeno che riparte con accanimento. Pur avendo speso indubbiamente di più, ora è deciso a metter fine allo scontro, a conquistarsi definitivamente il cimelio. Lo studente continua ad opporre resistenza passiva ma, tuttora con energie fresche, la conclusione sembra segnata. Quando quasi tutta la maglia, bagnata ora anche del sudore dei campioni sconosciuti, è nelle mani sicure del più forte, accade l’imprevisto. La ragazzina, scattata dal sit-in che s’è imposto e aggirando le spalle ampie dell’energumeno, ormai esausto, gli infila le sue delicate manine sotto le capaci ascelle provocandogli un frenetico solletico, che in breve lo costringe a mollare completamente la sua faticosa conquista. Veloce lo studente afferra la maglia di Gullit e corre via, subito raggiunto dalla ragazzina. L’energumeno si riprende all’istante. Pronto a scattare per inseguirli, rinuncia vedendoli abbracciati far scomparire tra loro l’insperato trofeo. Capisce che quella maglia era già stata destinata, quando scorge allontanarsi, illuminate dall’ultimo sole, le due teste unite, l’una rossa e l’altra nera.
Dedica dell’autore
A Gullit e agli altri “
Una dedica riconoscente da chi tifa MILAN da una vita.
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