martedì 8 maggio 2012

IN RISPOSTA A VIDEO SHOCK SU YOU TUBE

Condivido appieno il pensiero di terminator7349 e genevris65. Ancora una volta è dimostrata in tutta la sua evidenza la totale cecità dei sinistrati (di cervello soprattutto, salvo poche eccezioni): le immagini dello stato d'indigenza dei poveri bimbi del mondo esistevano prima di Berlusconi, esistono con Berlusconi, continueranno ad esistere dopo Berlusconi. E' la prova che ogni governo se ne frega dello stato pietoso di quegli esseri; è la prova che tutti i politici sono stati, lo sono e lo saranno sempre, i veri colpevoli delle sofferenze dei popoli, che solo rivoltandosi potranno cambiare la loro situazione. E se proprio si vuole infierire su un vecchio di 75 anni, si consolassero tutti gli scoppiati di rabbia con l'idea che se i 900 e passa parlamentari fossero in grado di dare lavoro a 100.000 dipendenti, così come Berlusconi, noi italiani avremmo almeno due posti di lavoro a testa, comprendendo tutti, bambini, giovani, donne, uomini e anziani. Sono considerazioni che il più semplice dei sempliciotti saprebbe elaborare, considerazioni di livello così infimo che qualsiasi pensiero è in grado di produrre; ma loro sono, purtroppo, al di sotto di tale livello. E’ così che i ciechi di mente non ci arrivano, e non arriveranno mai a fare questi semplici conticini; eppure son tanti i verdi di bile, i travagliati, i san toro, gli sgramellini, i crozzani (ma che cognonomazzi, fanno proprio tutti rima ...), e quanti altri si arrabattano nei propri escrementi televisivi pur di rimanere a galla e non farsene sommergere. Alcuni non vi riescono; vittime affogate nella cloaca mediatica se ne trovano sempre. Un saluto a tutti quelli che sono a favore di chi fa; nulla per quelli che danno il posteriore ai disfattisti.

Edito a Bari l’8.5.2012

sabato 5 maggio 2012


NIENTE SERVAGGI SULLA PRIMA CASA

 Spiego perché ogni gabella, balzello o tassa sulla prima casa è, non soltanto immorale, ma innaturale e illegale. Quanti sacrifici e quanti patemi ci costano le nostre case. E chi non ricorda l’incubo che incombeva sulle famiglie italiane sino alla fine degli anni sessanta del secolo scorso, quando ogni cinque del mese veniva pronunciata la temuta frase “Sta salendo il padrone di casa!” Quante lacrime versate dalle nostre povere donne risultavano inutili contro l’esosità di ricchi bovari e possidenti usurai che, in cambio di autentiche catapecchie, eseguivano veri e propri prelievi dagli esangui stipendi della gente. Ma pochi politici degni di tale nome, in un breve ma fertilissimo periodo felice, approvando leggi favorevoli all’edilizia popolare, hanno permesso alla maggior parte dei cittadini di acquistare una casa, anche se a costo di cruenti sacrifici. Quando ormai eravamo certi di esserci affrancati dalle umiliazioni e vessazioni mensili; quando ormai ci si aspettava che le istituzioni approvassero, infine, quale logico e conseguente risultato a quei sacrifici, leggi utili a proteggere la nostra prima casa col diritto all’esenzione da ogni tipo di schiavitù morale e materiale, ecco che uno Stato molto più insensibile dei bovari e usurai precedenti, ha pensato scriteriatamente di colpire ingiustamente chi sia riuscito a realizzare l’unico bene in cui l’uomo si rifugia con i propri familiari per godere appieno le gioie della vita. Istituire una tassa per riportare in vita un servaggio è altamente immorale e di conseguenza illegale, nonché innaturale, visto che menti grette e vuote vogliono tassare proprio quelle gioie, il più bel prodotto di quell’opificio chiamato “Casa Mia”. Attenti, politici di ultima generazione, attenti chè la nostra pazienza è ormai pericolosamente sporta oltre ogni limite. Lasciate stare le nostre case. Applicate la vostra IMU su tutto, applicate l’IMU vostra su quel che vi pare, ma lasciate in pace l’abitazione in cui viviamo. Ci siamo faticosamente liberati di pagare un fitto al privato, sarebbe assurdo che ora si dovesse pagare un pizzo allo Stato. Di tutte le altre case nella classifica degli ordinali non ce ne frega proprio, ma la prima casa è solo nostra e non va gravata per riempire illecitamente le già deformi tasche di politici ingordi, corrotti ma soprattutto incapaci. Che nessuno si permetta di toccarcela! Altrimenti il sangue dei nostri sacrifici ricadrà sui colpevoli per leso diritto all’esenzione fiscale di bene personale intoccabile.
Edito a Bari 5.5.2012

lunedì 5 marzo 2012

A TE LUCIO
Lucio caro, io scrivo a un vivo, perché non sei morto, né mai morrai. Sono un tuo ammiratore molto particolare; le tue canzoni sono la colonna sonora della mia vita, ma non ho mai acquistato un tuo disco: l’arte non si vende, la si dona. E tu per una vita hai donato la tua sinfonia all’Umanità; hai regalato la tua poesia in musica al Mondo intero. Il dono più grande, meraviglioso che l’Uomo abbia voluto fare all’uomo.

Ciao Lucio, a domani.

Edito a Bari 1.3.2012


martedì 28 febbraio 2012

SFARFALLATE

Dalla farfallina di Belen alle farfalle di Buffon: ma è proprio l’Italia delle donnine, dei bulli, dei ricchi scemi, dei furbi vanagloriosi, degli evasori, dei mafiosi, dei politici fuorilegge; insomma della minoranza chiassosa, che tanto male procura al Paese degli Onesti, alla maggioranza laboriosa. Sembrava un atleta serio il portiere ma, alla fine, è venuta fuori tutta l'essenza che il suo cognome evidenzia: in nomine veritas.
 Edito a Bari il 28.2.2012

sabato 31 dicembre 2011


UNA FOTTUTA CHE BRUCIA
Ho seguito con distrazione la vicenda che coinvolge come al solito un politico, al quale la Consulta ha contestato il doppio ruolo di sindaco e senatore. Non so quale sia la città interessata, ma sembra che il suo sindaco, tale Cazzolino se non vado errando, detiene disinvoltamente i due incarichi. Quello, però, che ho afferrato con certezza è la decisione presa da una commissione senatorile che ha ritenuto i due incarichi compatibili e di conseguenza retribuibili. Non è che ora stia qui a discorrere l’incompatibilità o meno degli incarichi; quel tal dei tali potrebbe anche ricoprirne cento contemporaneamente, me ne importerebbe un fico riarso. Ciò che mi brucia a posteriori è solo il doppio emolumento, ingiusto oltre che illegale, arraffato ancora una volta con violenza dalle tasche di noi cittadini in un momento tanto grave per l’intera economia nazionale. E mi spiego subito del perché illegale. Se il tizio fosse benedetto dal dono ubiquo, nulla da eccepire. Ma, essendo dimostrato da millenni che tale facoltà non rientra nelle umane possibilità, due sono le situazioni prospettabili: il sindaco-senatore si barcamena alla meglio suddividendo in parte equa il suo tempo fra i due incarichi, ed in questo caso gli spetterebbe mezzo stipendio ad incarico; oppure, se si dedica maggiormente ad uno trascurando l’altro, deve rinunciare allo stipendio di quello trascurato. Non ci sono vie di mezzo, e il cittadino risparmierebbe in ogni caso. Anche se, in verità, una via di mezzo io ce la vedo: il sindaco-senatore, viste le condizioni in cui versano città e stato italiani, non fa bene né come primo cittadino e neppure a Palazzo Madama, pensando così di fottere in maniera indolore tutti quanti. Ma questi tizi, anche se piccolini, sono veramente certi di fotterci dolce dolce? Non sanno che anche il dardo più sottile, quando colpisce le nostre parti più sensibili, fa un male d’inferno: se ci toccano i portafogli andiamo in bestia; è proprio lì, partendo dal cuore, che il comune essere umano ha un by-pass attraverso cui il proprio sangue si trasforma in poca ma sudata moneta. E’ prossimo il giorno in cui si riuscirà finalmente a coniugare il sostantivo “politico” con il verbo “vergognarsi”. Cominciamo a prenderne coscienza in molti ormai. A’ Mario, dove sei? Altro che sforbiciate su chi non ha più capelli; a questo punto è necessario che ti faccia anche tu una bella e sana sudata, munendoti di una robusta e ampia falce per mietere i tanti casi di incarichi plurimi che disseminano la nostra smunta Italia, e vedi come risolvi in un bah! la crisi. Basta prendersela con i Cristi poveri ed esangui. Non deve essere più la classe dei meno abbienti a risolvere tutti i danni causati irresponsabilmente dai politici e dai loro orbitanti satelliti.
Edito a Bari il 31.12.2011

venerdì 25 novembre 2011

UMANE DELUSIONI
Michele, mi hai sommamente deluso. Mi ero rivolto a te con la certezza che ti sapessi far valere, o che almeno contassi qualcosa in commissione, ma non sei riuscito ad aiutare quel ragazzo che ti avevo segnalato, figlio di un mio amico, nostro collega nello staff dei tecnici del Comune di Bari; in realtà m’accorgo di averti sopravvalutato. Riandando alla mattinata d’inizio degli esami, quando ti ho contattato all’Euclide, mi torna in mente quella tua sibillina frase “Non possiamo mica promuoverli tutti; un paio almeno dobbiamo bocciarli”; e allora il tarlo che tu fossi prevenuto, forse per conformarti alle statistiche, ha cominciato a rodermi. “Ma perché, Signore Santo, se trenta, mille, diecimila ragazzi sono più o meno sullo stesso livello, non devono essere tutti promossi!” ti risposi. E quel ragazzo lo è stato allo stesso livello degli altri, per la semplice ragione che, dopo aver terminato il suo compito, non ha fatto altro che farlo copiare ai suoi compagni: vatti a rivedere gli scritti e te ne accorgerai. A questo punto voglio farti sapere che io in quelle commissioni ci sono già passato. Se non credi a quello che sto per dirti, hai la possibilità di informarti presso almeno un paio di geometri del catasto che hanno fatto gli esami nella mia commissione, la n° 182 nel 2002, o presso gli altri quattro componenti quella commissione. Mi son battuto subito, allora, per la promozione incondizionata e in blocco di tutti i ragazzi; in fondo noi rilasciavamo solo un semplice “patentino” per iniziare quei giovani al lavoro, sarebbe stato poi l’immenso campo della vita pratica a selezionarli. Ho lottato strenuamente ed ho vinto; infatti tutti i quarantotto ragazzi della mia commissione furono promossi in quella sessione del 2002. Sicuramente il mio comportamento è logica conseguenza della mia atavica benevolenza per le generazioni che mi seguono, dovuto al semplice fatto di essere sempre stato fra i giovani per aver cresciuto sei bravi figli nell’arco di quarantun’anni, partendo dai miei vent’anni; perciò mi son creato e conserverò sempre una forma mentis giovanile. Continuerò ad aiutare i ragazzi sino alla fine. Non ti pare una meta bellissima? A me tanto. A loro dobbiamo lasciare in eredità questo mondo, pertanto comportiamoci meno da saccenti per essere più concreti, smussando loro ogni asperità sulla strada della vita. Sai quali sono le maggiori colpe di certi adulti, nonostante i segni di saggezza nei capelli o nell’età senile? In primis nel fatto di rimanere per sempre soltanto dei perfetti immaturi, addirittura ad un livello di immaturità molto al di sotto dei ragazzi che sono designati a giudicare. Poi in quello di sentirsi, appena nominati, tanti altezzosi professori universitari, e non semplice guida al collocamento nella vita produttiva di quegli stessi ragazzi. Inoltre, quella di brigare di continuo pur di farsi inserire in commissioni, collegi, consigli e organi fasulli simili, andando a costituire quelle micro castette al solo scopo di scimmiottare pedestremente le grandi caste, dimostratesi gravemente deleterie per ogni comunità civile. Anni fa è stata offerta anche a me la possibilità di candidarmi nel nostro collegio ma, quando ho consegnato il modulo richiesto con le motivazioni della mia candidatura, dichiarando che l’unico traguardo che mi prefiggessi era quello di limitare al massimo a due mandati l’elezione di ogni membro ed in ogni organo, fui subito escluso, non solo dalla lista degli eletti a priori, ma anche dai candidati a quell’elezione. Chiedi a Franco se racconto fole. Non ritengo concepibile che in un Paese repubblicano come il nostro sussistano ancora sacche in cui si regna per tutta la vita, con la clausola della ereditarietà dell’incarico. Per questo continuerò a battermi per l’abolizione di albi, collegi, consigli, casse ed altre amenità di eguale inutilità. Mi ricordano tanto il tempo della corsa all’oro, quando i poveri minatori si ammazzavano nel fondo delle miniere per poi vedersi sottrarre di mano il frutto del loro duro lavoro da disonesti bottegai che li attiravano nei loro sudici locali per depredarli.                                                                
Ritornando a noi, voglio portare a tua conoscenza, inoltre, un aspetto che non sei riuscito a cogliere nella veste di componente la tua commissione: è necessario in simile frangente tenere in debito conto che ogni candidato all’abilitazione ha trascorso almeno tre anni (due di tirocinio e quasi uno sino al giorno d’inizio degli scritti) lontano dai banchi di scuola. Ritornarci, gioca sempre qualche piccolo scherzo di tipo emotivo che si trasforma in panico paralizzante nei più timidi. Ed è qui che deve intervenire con affetto il vero maestro, il maestro-padre. Ed è proprio questo che intendevo quella mattina segnalandoti quel ragazzo; ti chiedevo semplicemente di districarlo da quei dubbi che in ogni compito, scritto od orale che sia, ci si presentano, consigliandolo intuitivamente. So bene che questo è compito dei grandi maestri, ma è proprio il compito che noi, indossando quei panni, siamo tenuti moralmente a perseguire se vogliamo bene ai nostri ragazzi. D’altronde, la vera abilitazione i ragazzi l’hanno conseguita, come ai nostri tempi, dopo cinque anni di studio e un esame di stato finale, ben più investita dall’ufficialità della Scuola che non, e mi ripeto, il semplice “patentino” per l’avviamento e il diritto al lavoro di quei giovani, che noi componenti di commissioni abbiamo il preciso dovere di rilasciare. Chiedendo il tuo intervento, ho solo cercato di dare una mano ad un amico troppo occupato per interessarsene direttamente, deludendolo a mia volta quando, invece, riponevo cieca fiducia nelle tue capacità caratteriali. Alla delusione, poi, s’è aggiunta tantissima amarezza nel momento in cui, nell’impeto istintivo, il mio amico mi ha riferito, da informazioni raccolte nel nostro ambiente, queste precise parole “Vito, quel tizio ti stava aspettando al varco. Probabilmente gli hai pestato i piedi professionalmente in qualche episodio scorso.” Sono rimasto incredulo che si dicesse questo di me; di me che ho fatto della correttezza, soprattutto nei confronti di colleghi, uno dei baluardi su cui ho poggiato tutta la mia esistenza, professionale e non; io avrei fatto dei torti a Michele o a chicchessia? Mai! Quando da qualche mio cliente ho ereditato pratiche di uno qualunque dei colleghi, se il cliente ne parlava male, l’ho immediatamente difeso a spada tratta, sapendo così di difendere soprattutto la dignità della nostra professione e categoria, il cui alto senso civico ho sempre avuto ben preciso nella mia coscienza. Non ho mai badato a farne, della professione, una fonte di ricchezza, o peggio, di interesse personale. Lavorando, ho sempre tenuto al primo posto il conseguimento dell’altrui felicità, perché è stato il solo nutrimento della mia vita. Operando per oltre trent’anni nell’ambito delle cooperative edilizie e dopo aver costruito qualche migliaio di appartamenti fra le provincie di Bari e Foggia, in un periodo in cui i casi giudiziari intorno alle cooperative erano sempre all’ordine del giorno, senza che mai la più lieve, trasparente e piccolissima nube adombrasse la mia persona, il momento più bello è sempre stato quello della consegna delle chiavi, quando potevo leggere, toccare con mano, la felicità che andava dipingendosi sul volto dei soci assegnatari di quegli alloggi. Quest’obiettivo mi bastava raggiungere per sentirmi completamente appagato; se si opera bene, e questo in ogni ramo del lavoro, il fattore economico diviene logica conseguenza di quella buona semina; comunque, io l’ho sempre posto quale ultimo e, appunto, consequenziale traguardo dell’opera svolta. Insomma, Michele, non sei stato capace di elevarti dalla massa, e se fosse vero della vendetta, ti sei comportato proprio da pezzo di uomo, al contrario del padre di quel ragazzo che, da perfetto galantuomo, non si è fatto nemmeno sfiorare dall’idea di “attendere al varco” terze persone innocenti, col boicottare le loro pratiche professionali inoltrate al suo ufficio. Ci è sempre stata odiosa la parte del lupo che, per mangiarsi l’agnello, sta sempre lì pronto a tirar fuori la misera, inverosimile e falsa storiella sulla ridotta trasparenza dell’acqua causata dai suoi avi ovini. Eh sì, è andata proprio così se volevi colpire me; nella foga vendicativa hai sbagliato completamente bersaglio, finendo per colpire un povero ragazzo incolpevole. Nella mia vita sono sempre andato a scavare per scovare il giusto, e mai sono tornato a mani vuote; sono ritornato sempre soddisfatto con la mia coscienza, anche questa volta. Non attendo risposta. Ti chiedo perdono per la mia durezza, Michele, ma tanto ti dovevo.
edito a Bari il 19.11.2011

mercoledì 23 novembre 2011

OGNI SCIALLA E' BARESE

Sto assistendo su rai3 alla trasmissione geo&geo e sento dire da una giovane studiosa che il termine "scialla", tratto da un film recentissimo, sarebbe in uso già dagli ultimi anni '90, e con un significato del tutto nuovo per noi baresi. Ma non è vero, la parola è molto più antica. Sin da bambino, e parlo dei primissimi anni '50, ho sempre sentito pronunciare da coetanei di mio padre e di mio nonno il termine "scialla", tratto dal verbo sciallare", per gente che andava in giro carica di soldi e, comunque, sempre riferito al denaro contante: "Uhè Colin, sta'j sciallat josc'" (Ehi Nicolino, stai pieno di soldi oggi) "Sind a mmè, Pasqual, u’ tin u’ sciall, s’nò u’ motor non tu doggh" (Ascoltami, Pasquale, ce l’hai il contante, altrimenti la moto non te la do) "Felù, Felucc, u' vit cudd, va semb g' rann c'u' sciall 'n guedd" (Raffaè, Raffaele, vedi quell'uomo, va sempre girando con i soldi addosso) "Mocch', chiamind a Giuuann accom sta' sciallesc" (Mamma mia, guarda Giovanni come sta spendendo) ”Pppin, vì' c’è bon chedd, t’ piasc eh? Ma, p’ faratill, ng’ vol u’ sciall assaj” (Peppino, vedi quant’è bella quella donna, ti piace eh? Ma, per uscirci insieme ci vuole tanto denaro) "Torucc, eh com t' piasc a sciallà" (Salvatore, eh come ti piace spendere soldi senza limiti). Posta in risalto la verità, rivendico la paternità tutta barese del termine, che a sua volta deriverebbe in pratica dalle parole "scialle" "sciarpa", riferito alla sensazione di calore, sicurezza e protezione che, come una sciarpa, dà il denaro avvolgendo ogni individuo. Al Signore quel che è Suo, ai baresi quel che è nostro.

Edito a Bari il 23.11.2011

venerdì 21 ottobre 2011

ANDRE’ IN PENZION?

Sì, do’ prim agust d’ cuss’ann. Vattinn, non g’ credch. Ma pur ca’ foss, s’condo vu’ Andrè sa va stà ferm, ch’ l’ man n’ mman. Jommn accom a cudd so’ semb attiv. No m’ basc nudd ca mo’ ‘u acidd ngj’abbagnn l’ scarp, jdd va dritt p’ la strada so’. La vita so’ jè tutta d’or e mò v’u dmostrch. A Bar, quann jun jè dritt, s’ disc che jè nzist e cammnator, e non ‘u dcev sol la mamma so’. Fasc ‘u collaborator o’ Polclinch e va semb appriss appriss o’ direttor; jè nu’ brav e bell genitor p’ l’ fighj su’, nu’ grann amator p’ la mghiera so’; a’ quann a’ quann fasc pur ‘u attor e sap rec’tà ‘u dialett bares ch’ tand ardor, mttennc jnd a chessa passiona so’ tutt u’ amor. Inzomm Andrè, tin u’ cor d’or, prcè jnd a tutt chiss’ann ‘u cor tu’ ‘u si dat a tutt quann nu’, famighj, amisc e collegh, che tutt n’ zim t’ dcim: AUGURJE, ANDRE’, AUGURJE CH TUTT ‘U COR, E CIND DI CHISS’ANN CH’ LA PENZIONA TO’ E CH TUTT ‘U CALOR D’ L’ COLLEGH TU’.

A Bar ‘u 21 Ottobbr du’ 2011 a torrammar do' pirat jè stat la fest.



Edito a Bari il 19.10.2011

mercoledì 14 settembre 2011


C’E’ 18 E 18

Molti quotidiani sportivi e non, influenzati dal coma profondo che dal 2006 ha colpito i centri nevralgici della FIGC dopo le ultime intelligibili decisioni, hanno riportato erroneamente nella classifica scudetti Milan 18, Inter 18. Visto il caos regnante indisturbato nelle alte sfere dell'unica sfera che rotolando fa il suo dovere, è necessario intervenire correggendo Milan 18, Inter 17+1.

Edito a Bari il 16.8.2011

domenica 7 novembre 2010

A PASQUALE ABRESCIA


Mio caro Pasquale, mio caro fratello, oggi son due anni che ci hai lasciato. Da soli a continuare nella sofferenza in questa dannata valle di mostri. Siine certo, non ti sei perso nulla, anzi, hai evitato di assistere a tante altre brutture a cui un animo nobile e sensibile come il tuo non si è mai rassegnato. Ci manchi tanto. Mi mancano le visite che molto spesso ti facevo nel tuo ufficio sul Lungomare. Quell’ufficio che ti ho sempre invidiato, perchè vi si godeva una delle più belle viste sul nostro splendido mare. L’ultima volta che sono stato lì da te era luglio del 2008. Guardavamo la gente che affollava Pane e Pomodoro, quando nei nostri occhi una luce improvvisa ci schiarì la memoria riportandoci indietro nel tempo. Fummo colpiti dallo stesso pensiero che esprimemmo insieme ad alta voce “Ma non era mica lì Pane e Pomodoro”. Realizzammo in quel momento di essere stati fra il gruppo di ragazzi che “hanno fondato” la spiaggia di Pane e Pomodoro, quella originale. Mi suggeristi di scrivere alla Gazzetta per chiarire l’errore di ubicazione di quello che è stato uno dei luoghi felici della nostra infanzia. Te lo promisi, però il tempo, infinito ma mai sufficiente, non mi ha permesso di mantenere. E’ stato nella primavera del 1954 che il nostro gruppo di deci-dodicenni, il gruppo della Quarta Traversa di Japigia, si è conosciuto. Provenivamo da diversi quartieri di Bari per abitare le nostre case nuove. Poche settimane alla chiusura delle scuole, ma tanti di noi avevano già preso la strada del mare. La più breve era quella che in cinque minuti, percorso il campo di erbacce intorno alla stazione di Parco Sud, attraversando il fascio di binari e scavalcando la staccionata di cemento che divideva la ferrovia e via Imperatore Traiano, ci conduceva dalla nostre abitazioni alla parte esterna a sud del Lido Marzulli, dove l’accesso al mare era libero. Per entrare nel Lido, invece, bisognava pagare. Dal muro di recinzione del Marzulli e sino allo spigolo del Canalone, prima del ponte del Transatlantico, un ristorante per ricchi, e fra via Traiano e la spiaggia, vi era un campo coltivato a pomodori. Lo chiamavamo “’u lech d’ G’lorm”, un fondo di terra e sabbia, più sabbia che terra, dalla quale Girolamo, il contadino, con tanto sudore arando, seminando e annaffiando di continuo le piantine con acqua di pioggia e di pozzo raccolta nel pilone di cemento al centro del campo e distribuita nei solchi arati, riusciva a coltivare grandi pomodori rossi, dolcissimi. Prima di andare a mare, noi ragazzi e ragazze, con qualche lira avuta o presa a casa, passavamo dal Panificio Japigia sul viale per comprare un panino, con gianduiotto o formaggino; io, tu, Lilli e Nicola al panino preferivamo dividerci le quattro pagnotte che componevano il mezzo chilo di pane a forma di quadrifoglio. Appena sulla spiaggia togliendoci, sempre di corsa, sandali, pantaloncini o gonne, e magliette, si entrava in acqua tutti insieme sollevando di proposito schizzi per bagnarci subito; si usciva dal mare soltanto quando le dita delle mani erano completamente raggrinzite e bianchissime. Con le mani ancora umide ognuno prendeva il suo panino e companatico pronto ad addentarli con l’amore della fame infantile. Ma alcuni restavano delusi scartando il proprio companatico: gianduiotti e formaggini avevano stessa forma a triangolo e stessa carta stagnola dorata; nella fretta dell’acquisto era facile confondersi nel prendere uno per l’altro. Scambiandoseli, il più delle volte il problema era risolto se gli scontenti erano in numero pari, altrimenti nemmeno lo scambio sistemava l’avversione per uno o l’altro dei companatici; allora bisognava accontentarsi del solo panino. Un giorno d'agosto di quel gioioso '54 capitò a me di rimanere a pane asciutto. Il primo morso non ne voleva proprio sapere di andare giù. Mi guardai in giro e vidi i pomodori già belli e maturi nel campo lì vicino; fu un gesto istintivo il raccoglierne uno grosso e rossissimo, sciacquarlo nel mare per liberarlo da terra e sabbia, spiaccicarlo succoso nel panino che ci facevamo tagliare prima dal panettiere, e mangiarlo con maggior piacere per non averlo pagato. Da quel giorno tanti di noi, anche per tenersi in tasca qualche soldo, presero l’abitudine di mangiare il panino del Panificio Japigia col pomodoro di Girolamo. Diventò naturale, perciò, la mattina quando ci radunavamo nel cortile delle nostre case, domandarci e risponderci “Mario, vieni a mare?” “Dove?” “A Pane e Pomodoro”. Così è nata, non la leggenda, ma la vera Storia di Pane e Pomodoro. La zona esatta della nostra spiaggia, quindi, era molto più a sud; più o meno nella parte finale dell’attuale Punta Perotti. Quella della Nuova Pane e Pomodoro alla nostra epoca non esisteva neanche, lì era tutto mare; la strada che la costeggia non c’era, perché il lungomare Nazario Sauro terminava girando nella via Di Vagno, alla fine della quale vi era il vecchio passaggio a livello di Japigia, quello proprio a ridosso delle basse casette sulla ferrovia. Non c'era nemmeno il giardino Gramsci, al suo posto vi era un lido di baracche di legno; Di fronte all’odierna Pane e Pomodoro vi era un alto muro di tufi, sotto cui s’infrangeva il mare; al di là del muro era situato il campo “Morcavallo” con alcune officine poste sui lati corti, botteghe di fabbri soprattutto; in quel campo giocavamo a calcio. In una occasione nel rettangolo di gioco si fermò per una settimana anche un circo. Quando si giocava su quel campo, ci imbrattavamo completamente di nero perché il fondo, invece che di terra, era composto da polvere di carbone. Dopo la partita, per lavarci e toglierci quella polvere di dosso, sgusciando da una apertura che c’era alla base del muro, facevamo altre corse sulla spiaggia, che oggi è diventata la carreggiata sud di Punta Perotti, per raggiungere la nostra Pane e Pomodoro dove, fra le altre cose, sono nati i primi giovanili nostri amori: Rina, Gildarosa, Lia, Pupetta, Rosetta, Anna, Antonietta, Ninetta, Silvia, Annetta, Maria, e tante altre ormai nascoste negli anfratti della memoria; quanti bei fiori freschi e odorosi c’erano nel prato della nostra verde età, e fragranti come il nostro pane e pomodoro.

Edito a Bari il 7.11.2010