sabato 31 dicembre 2011


UNA FOTTUTA CHE BRUCIA
Ho seguito con distrazione la vicenda che coinvolge come al solito un politico, al quale la Consulta ha contestato il doppio ruolo di sindaco e senatore. Non so quale sia la città interessata, ma sembra che il suo sindaco, tale Cazzolino se non vado errando, detiene disinvoltamente i due incarichi. Quello, però, che ho afferrato con certezza è la decisione presa da una commissione senatorile che ha ritenuto i due incarichi compatibili e di conseguenza retribuibili. Non è che ora stia qui a discorrere l’incompatibilità o meno degli incarichi; quel tal dei tali potrebbe anche ricoprirne cento contemporaneamente, me ne importerebbe un fico riarso. Ciò che mi brucia a posteriori è solo il doppio emolumento, ingiusto oltre che illegale, arraffato ancora una volta con violenza dalle tasche di noi cittadini in un momento tanto grave per l’intera economia nazionale. E mi spiego subito del perché illegale. Se il tizio fosse benedetto dal dono ubiquo, nulla da eccepire. Ma, essendo dimostrato da millenni che tale facoltà non rientra nelle umane possibilità, due sono le situazioni prospettabili: il sindaco-senatore si barcamena alla meglio suddividendo in parte equa il suo tempo fra i due incarichi, ed in questo caso gli spetterebbe mezzo stipendio ad incarico; oppure, se si dedica maggiormente ad uno trascurando l’altro, deve rinunciare allo stipendio di quello trascurato. Non ci sono vie di mezzo, e il cittadino risparmierebbe in ogni caso. Anche se, in verità, una via di mezzo io ce la vedo: il sindaco-senatore, viste le condizioni in cui versano città e stato italiani, non fa bene né come primo cittadino e neppure a Palazzo Madama, pensando così di fottere in maniera indolore tutti quanti. Ma questi tizi, anche se piccolini, sono veramente certi di fotterci dolce dolce? Non sanno che anche il dardo più sottile, quando colpisce le nostre parti più sensibili, fa un male d’inferno: se ci toccano i portafogli andiamo in bestia; è proprio lì, partendo dal cuore, che il comune essere umano ha un by-pass attraverso cui il proprio sangue si trasforma in poca ma sudata moneta. E’ prossimo il giorno in cui si riuscirà finalmente a coniugare il sostantivo “politico” con il verbo “vergognarsi”. Cominciamo a prenderne coscienza in molti ormai. A’ Mario, dove sei? Altro che sforbiciate su chi non ha più capelli; a questo punto è necessario che ti faccia anche tu una bella e sana sudata, munendoti di una robusta e ampia falce per mietere i tanti casi di incarichi plurimi che disseminano la nostra smunta Italia, e vedi come risolvi in un bah! la crisi. Basta prendersela con i Cristi poveri ed esangui. Non deve essere più la classe dei meno abbienti a risolvere tutti i danni causati irresponsabilmente dai politici e dai loro orbitanti satelliti.
Edito a Bari il 31.12.2011

venerdì 25 novembre 2011

UMANE DELUSIONI
Michele, mi hai sommamente deluso. Mi ero rivolto a te con la certezza che ti sapessi far valere, o che almeno contassi qualcosa in commissione, ma non sei riuscito ad aiutare quel ragazzo che ti avevo segnalato, figlio di un mio amico, nostro collega nello staff dei tecnici del Comune di Bari; in realtà m’accorgo di averti sopravvalutato. Riandando alla mattinata d’inizio degli esami, quando ti ho contattato all’Euclide, mi torna in mente quella tua sibillina frase “Non possiamo mica promuoverli tutti; un paio almeno dobbiamo bocciarli”; e allora il tarlo che tu fossi prevenuto, forse per conformarti alle statistiche, ha cominciato a rodermi. “Ma perché, Signore Santo, se trenta, mille, diecimila ragazzi sono più o meno sullo stesso livello, non devono essere tutti promossi!” ti risposi. E quel ragazzo lo è stato allo stesso livello degli altri, per la semplice ragione che, dopo aver terminato il suo compito, non ha fatto altro che farlo copiare ai suoi compagni: vatti a rivedere gli scritti e te ne accorgerai. A questo punto voglio farti sapere che io in quelle commissioni ci sono già passato. Se non credi a quello che sto per dirti, hai la possibilità di informarti presso almeno un paio di geometri del catasto che hanno fatto gli esami nella mia commissione, la n° 182 nel 2002, o presso gli altri quattro componenti quella commissione. Mi son battuto subito, allora, per la promozione incondizionata e in blocco di tutti i ragazzi; in fondo noi rilasciavamo solo un semplice “patentino” per iniziare quei giovani al lavoro, sarebbe stato poi l’immenso campo della vita pratica a selezionarli. Ho lottato strenuamente ed ho vinto; infatti tutti i quarantotto ragazzi della mia commissione furono promossi in quella sessione del 2002. Sicuramente il mio comportamento è logica conseguenza della mia atavica benevolenza per le generazioni che mi seguono, dovuto al semplice fatto di essere sempre stato fra i giovani per aver cresciuto sei bravi figli nell’arco di quarantun’anni, partendo dai miei vent’anni; perciò mi son creato e conserverò sempre una forma mentis giovanile. Continuerò ad aiutare i ragazzi sino alla fine. Non ti pare una meta bellissima? A me tanto. A loro dobbiamo lasciare in eredità questo mondo, pertanto comportiamoci meno da saccenti per essere più concreti, smussando loro ogni asperità sulla strada della vita. Sai quali sono le maggiori colpe di certi adulti, nonostante i segni di saggezza nei capelli o nell’età senile? In primis nel fatto di rimanere per sempre soltanto dei perfetti immaturi, addirittura ad un livello di immaturità molto al di sotto dei ragazzi che sono designati a giudicare. Poi in quello di sentirsi, appena nominati, tanti altezzosi professori universitari, e non semplice guida al collocamento nella vita produttiva di quegli stessi ragazzi. Inoltre, quella di brigare di continuo pur di farsi inserire in commissioni, collegi, consigli e organi fasulli simili, andando a costituire quelle micro castette al solo scopo di scimmiottare pedestremente le grandi caste, dimostratesi gravemente deleterie per ogni comunità civile. Anni fa è stata offerta anche a me la possibilità di candidarmi nel nostro collegio ma, quando ho consegnato il modulo richiesto con le motivazioni della mia candidatura, dichiarando che l’unico traguardo che mi prefiggessi era quello di limitare al massimo a due mandati l’elezione di ogni membro ed in ogni organo, fui subito escluso, non solo dalla lista degli eletti a priori, ma anche dai candidati a quell’elezione. Chiedi a Franco se racconto fole. Non ritengo concepibile che in un Paese repubblicano come il nostro sussistano ancora sacche in cui si regna per tutta la vita, con la clausola della ereditarietà dell’incarico. Per questo continuerò a battermi per l’abolizione di albi, collegi, consigli, casse ed altre amenità di eguale inutilità. Mi ricordano tanto il tempo della corsa all’oro, quando i poveri minatori si ammazzavano nel fondo delle miniere per poi vedersi sottrarre di mano il frutto del loro duro lavoro da disonesti bottegai che li attiravano nei loro sudici locali per depredarli.                                                                
Ritornando a noi, voglio portare a tua conoscenza, inoltre, un aspetto che non sei riuscito a cogliere nella veste di componente la tua commissione: è necessario in simile frangente tenere in debito conto che ogni candidato all’abilitazione ha trascorso almeno tre anni (due di tirocinio e quasi uno sino al giorno d’inizio degli scritti) lontano dai banchi di scuola. Ritornarci, gioca sempre qualche piccolo scherzo di tipo emotivo che si trasforma in panico paralizzante nei più timidi. Ed è qui che deve intervenire con affetto il vero maestro, il maestro-padre. Ed è proprio questo che intendevo quella mattina segnalandoti quel ragazzo; ti chiedevo semplicemente di districarlo da quei dubbi che in ogni compito, scritto od orale che sia, ci si presentano, consigliandolo intuitivamente. So bene che questo è compito dei grandi maestri, ma è proprio il compito che noi, indossando quei panni, siamo tenuti moralmente a perseguire se vogliamo bene ai nostri ragazzi. D’altronde, la vera abilitazione i ragazzi l’hanno conseguita, come ai nostri tempi, dopo cinque anni di studio e un esame di stato finale, ben più investita dall’ufficialità della Scuola che non, e mi ripeto, il semplice “patentino” per l’avviamento e il diritto al lavoro di quei giovani, che noi componenti di commissioni abbiamo il preciso dovere di rilasciare. Chiedendo il tuo intervento, ho solo cercato di dare una mano ad un amico troppo occupato per interessarsene direttamente, deludendolo a mia volta quando, invece, riponevo cieca fiducia nelle tue capacità caratteriali. Alla delusione, poi, s’è aggiunta tantissima amarezza nel momento in cui, nell’impeto istintivo, il mio amico mi ha riferito, da informazioni raccolte nel nostro ambiente, queste precise parole “Vito, quel tizio ti stava aspettando al varco. Probabilmente gli hai pestato i piedi professionalmente in qualche episodio scorso.” Sono rimasto incredulo che si dicesse questo di me; di me che ho fatto della correttezza, soprattutto nei confronti di colleghi, uno dei baluardi su cui ho poggiato tutta la mia esistenza, professionale e non; io avrei fatto dei torti a Michele o a chicchessia? Mai! Quando da qualche mio cliente ho ereditato pratiche di uno qualunque dei colleghi, se il cliente ne parlava male, l’ho immediatamente difeso a spada tratta, sapendo così di difendere soprattutto la dignità della nostra professione e categoria, il cui alto senso civico ho sempre avuto ben preciso nella mia coscienza. Non ho mai badato a farne, della professione, una fonte di ricchezza, o peggio, di interesse personale. Lavorando, ho sempre tenuto al primo posto il conseguimento dell’altrui felicità, perché è stato il solo nutrimento della mia vita. Operando per oltre trent’anni nell’ambito delle cooperative edilizie e dopo aver costruito qualche migliaio di appartamenti fra le provincie di Bari e Foggia, in un periodo in cui i casi giudiziari intorno alle cooperative erano sempre all’ordine del giorno, senza che mai la più lieve, trasparente e piccolissima nube adombrasse la mia persona, il momento più bello è sempre stato quello della consegna delle chiavi, quando potevo leggere, toccare con mano, la felicità che andava dipingendosi sul volto dei soci assegnatari di quegli alloggi. Quest’obiettivo mi bastava raggiungere per sentirmi completamente appagato; se si opera bene, e questo in ogni ramo del lavoro, il fattore economico diviene logica conseguenza di quella buona semina; comunque, io l’ho sempre posto quale ultimo e, appunto, consequenziale traguardo dell’opera svolta. Insomma, Michele, non sei stato capace di elevarti dalla massa, e se fosse vero della vendetta, ti sei comportato proprio da pezzo di uomo, al contrario del padre di quel ragazzo che, da perfetto galantuomo, non si è fatto nemmeno sfiorare dall’idea di “attendere al varco” terze persone innocenti, col boicottare le loro pratiche professionali inoltrate al suo ufficio. Ci è sempre stata odiosa la parte del lupo che, per mangiarsi l’agnello, sta sempre lì pronto a tirar fuori la misera, inverosimile e falsa storiella sulla ridotta trasparenza dell’acqua causata dai suoi avi ovini. Eh sì, è andata proprio così se volevi colpire me; nella foga vendicativa hai sbagliato completamente bersaglio, finendo per colpire un povero ragazzo incolpevole. Nella mia vita sono sempre andato a scavare per scovare il giusto, e mai sono tornato a mani vuote; sono ritornato sempre soddisfatto con la mia coscienza, anche questa volta. Non attendo risposta. Ti chiedo perdono per la mia durezza, Michele, ma tanto ti dovevo.
edito a Bari il 19.11.2011

mercoledì 23 novembre 2011

OGNI SCIALLA E' BARESE

Sto assistendo su rai3 alla trasmissione geo&geo e sento dire da una giovane studiosa che il termine "scialla", tratto da un film recentissimo, sarebbe in uso già dagli ultimi anni '90, e con un significato del tutto nuovo per noi baresi. Ma non è vero, la parola è molto più antica. Sin da bambino, e parlo dei primissimi anni '50, ho sempre sentito pronunciare da coetanei di mio padre e di mio nonno il termine "scialla", tratto dal verbo sciallare", per gente che andava in giro carica di soldi e, comunque, sempre riferito al denaro contante: "Uhè Colin, sta'j sciallat josc'" (Ehi Nicolino, stai pieno di soldi oggi) "Sind a mmè, Pasqual, u’ tin u’ sciall, s’nò u’ motor non tu doggh" (Ascoltami, Pasquale, ce l’hai il contante, altrimenti la moto non te la do) "Felù, Felucc, u' vit cudd, va semb g' rann c'u' sciall 'n guedd" (Raffaè, Raffaele, vedi quell'uomo, va sempre girando con i soldi addosso) "Mocch', chiamind a Giuuann accom sta' sciallesc" (Mamma mia, guarda Giovanni come sta spendendo) ”Pppin, vì' c’è bon chedd, t’ piasc eh? Ma, p’ faratill, ng’ vol u’ sciall assaj” (Peppino, vedi quant’è bella quella donna, ti piace eh? Ma, per uscirci insieme ci vuole tanto denaro) "Torucc, eh com t' piasc a sciallà" (Salvatore, eh come ti piace spendere soldi senza limiti). Posta in risalto la verità, rivendico la paternità tutta barese del termine, che a sua volta deriverebbe in pratica dalle parole "scialle" "sciarpa", riferito alla sensazione di calore, sicurezza e protezione che, come una sciarpa, dà il denaro avvolgendo ogni individuo. Al Signore quel che è Suo, ai baresi quel che è nostro.

Edito a Bari il 23.11.2011

venerdì 21 ottobre 2011

ANDRE’ IN PENZION?

Sì, do’ prim agust d’ cuss’ann. Vattinn, non g’ credch. Ma pur ca’ foss, s’condo vu’ Andrè sa va stà ferm, ch’ l’ man n’ mman. Jommn accom a cudd so’ semb attiv. No m’ basc nudd ca mo’ ‘u acidd ngj’abbagnn l’ scarp, jdd va dritt p’ la strada so’. La vita so’ jè tutta d’or e mò v’u dmostrch. A Bar, quann jun jè dritt, s’ disc che jè nzist e cammnator, e non ‘u dcev sol la mamma so’. Fasc ‘u collaborator o’ Polclinch e va semb appriss appriss o’ direttor; jè nu’ brav e bell genitor p’ l’ fighj su’, nu’ grann amator p’ la mghiera so’; a’ quann a’ quann fasc pur ‘u attor e sap rec’tà ‘u dialett bares ch’ tand ardor, mttennc jnd a chessa passiona so’ tutt u’ amor. Inzomm Andrè, tin u’ cor d’or, prcè jnd a tutt chiss’ann ‘u cor tu’ ‘u si dat a tutt quann nu’, famighj, amisc e collegh, che tutt n’ zim t’ dcim: AUGURJE, ANDRE’, AUGURJE CH TUTT ‘U COR, E CIND DI CHISS’ANN CH’ LA PENZIONA TO’ E CH TUTT ‘U CALOR D’ L’ COLLEGH TU’.

A Bar ‘u 21 Ottobbr du’ 2011 a torrammar do' pirat jè stat la fest.



Edito a Bari il 19.10.2011

mercoledì 14 settembre 2011


C’E’ 18 E 18

Molti quotidiani sportivi e non, influenzati dal coma profondo che dal 2006 ha colpito i centri nevralgici della FIGC dopo le ultime intelligibili decisioni, hanno riportato erroneamente nella classifica scudetti Milan 18, Inter 18. Visto il caos regnante indisturbato nelle alte sfere dell'unica sfera che rotolando fa il suo dovere, è necessario intervenire correggendo Milan 18, Inter 17+1.

Edito a Bari il 16.8.2011

domenica 7 novembre 2010

A PASQUALE ABRESCIA


Mio caro Pasquale, mio caro fratello, oggi son due anni che ci hai lasciato. Da soli a continuare nella sofferenza in questa dannata valle di mostri. Siine certo, non ti sei perso nulla, anzi, hai evitato di assistere a tante altre brutture a cui un animo nobile e sensibile come il tuo non si è mai rassegnato. Ci manchi tanto. Mi mancano le visite che molto spesso ti facevo nel tuo ufficio sul Lungomare. Quell’ufficio che ti ho sempre invidiato, perchè vi si godeva una delle più belle viste sul nostro splendido mare. L’ultima volta che sono stato lì da te era luglio del 2008. Guardavamo la gente che affollava Pane e Pomodoro, quando nei nostri occhi una luce improvvisa ci schiarì la memoria riportandoci indietro nel tempo. Fummo colpiti dallo stesso pensiero che esprimemmo insieme ad alta voce “Ma non era mica lì Pane e Pomodoro”. Realizzammo in quel momento di essere stati fra il gruppo di ragazzi che “hanno fondato” la spiaggia di Pane e Pomodoro, quella originale. Mi suggeristi di scrivere alla Gazzetta per chiarire l’errore di ubicazione di quello che è stato uno dei luoghi felici della nostra infanzia. Te lo promisi, però il tempo, infinito ma mai sufficiente, non mi ha permesso di mantenere. E’ stato nella primavera del 1954 che il nostro gruppo di deci-dodicenni, il gruppo della Quarta Traversa di Japigia, si è conosciuto. Provenivamo da diversi quartieri di Bari per abitare le nostre case nuove. Poche settimane alla chiusura delle scuole, ma tanti di noi avevano già preso la strada del mare. La più breve era quella che in cinque minuti, percorso il campo di erbacce intorno alla stazione di Parco Sud, attraversando il fascio di binari e scavalcando la staccionata di cemento che divideva la ferrovia e via Imperatore Traiano, ci conduceva dalla nostre abitazioni alla parte esterna a sud del Lido Marzulli, dove l’accesso al mare era libero. Per entrare nel Lido, invece, bisognava pagare. Dal muro di recinzione del Marzulli e sino allo spigolo del Canalone, prima del ponte del Transatlantico, un ristorante per ricchi, e fra via Traiano e la spiaggia, vi era un campo coltivato a pomodori. Lo chiamavamo “’u lech d’ G’lorm”, un fondo di terra e sabbia, più sabbia che terra, dalla quale Girolamo, il contadino, con tanto sudore arando, seminando e annaffiando di continuo le piantine con acqua di pioggia e di pozzo raccolta nel pilone di cemento al centro del campo e distribuita nei solchi arati, riusciva a coltivare grandi pomodori rossi, dolcissimi. Prima di andare a mare, noi ragazzi e ragazze, con qualche lira avuta o presa a casa, passavamo dal Panificio Japigia sul viale per comprare un panino, con gianduiotto o formaggino; io, tu, Lilli e Nicola al panino preferivamo dividerci le quattro pagnotte che componevano il mezzo chilo di pane a forma di quadrifoglio. Appena sulla spiaggia togliendoci, sempre di corsa, sandali, pantaloncini o gonne, e magliette, si entrava in acqua tutti insieme sollevando di proposito schizzi per bagnarci subito; si usciva dal mare soltanto quando le dita delle mani erano completamente raggrinzite e bianchissime. Con le mani ancora umide ognuno prendeva il suo panino e companatico pronto ad addentarli con l’amore della fame infantile. Ma alcuni restavano delusi scartando il proprio companatico: gianduiotti e formaggini avevano stessa forma a triangolo e stessa carta stagnola dorata; nella fretta dell’acquisto era facile confondersi nel prendere uno per l’altro. Scambiandoseli, il più delle volte il problema era risolto se gli scontenti erano in numero pari, altrimenti nemmeno lo scambio sistemava l’avversione per uno o l’altro dei companatici; allora bisognava accontentarsi del solo panino. Un giorno d'agosto di quel gioioso '54 capitò a me di rimanere a pane asciutto. Il primo morso non ne voleva proprio sapere di andare giù. Mi guardai in giro e vidi i pomodori già belli e maturi nel campo lì vicino; fu un gesto istintivo il raccoglierne uno grosso e rossissimo, sciacquarlo nel mare per liberarlo da terra e sabbia, spiaccicarlo succoso nel panino che ci facevamo tagliare prima dal panettiere, e mangiarlo con maggior piacere per non averlo pagato. Da quel giorno tanti di noi, anche per tenersi in tasca qualche soldo, presero l’abitudine di mangiare il panino del Panificio Japigia col pomodoro di Girolamo. Diventò naturale, perciò, la mattina quando ci radunavamo nel cortile delle nostre case, domandarci e risponderci “Mario, vieni a mare?” “Dove?” “A Pane e Pomodoro”. Così è nata, non la leggenda, ma la vera Storia di Pane e Pomodoro. La zona esatta della nostra spiaggia, quindi, era molto più a sud; più o meno nella parte finale dell’attuale Punta Perotti. Quella della Nuova Pane e Pomodoro alla nostra epoca non esisteva neanche, lì era tutto mare; la strada che la costeggia non c’era, perché il lungomare Nazario Sauro terminava girando nella via Di Vagno, alla fine della quale vi era il vecchio passaggio a livello di Japigia, quello proprio a ridosso delle basse casette sulla ferrovia. Non c'era nemmeno il giardino Gramsci, al suo posto vi era un lido di baracche di legno; Di fronte all’odierna Pane e Pomodoro vi era un alto muro di tufi, sotto cui s’infrangeva il mare; al di là del muro era situato il campo “Morcavallo” con alcune officine poste sui lati corti, botteghe di fabbri soprattutto; in quel campo giocavamo a calcio. In una occasione nel rettangolo di gioco si fermò per una settimana anche un circo. Quando si giocava su quel campo, ci imbrattavamo completamente di nero perché il fondo, invece che di terra, era composto da polvere di carbone. Dopo la partita, per lavarci e toglierci quella polvere di dosso, sgusciando da una apertura che c’era alla base del muro, facevamo altre corse sulla spiaggia, che oggi è diventata la carreggiata sud di Punta Perotti, per raggiungere la nostra Pane e Pomodoro dove, fra le altre cose, sono nati i primi giovanili nostri amori: Rina, Gildarosa, Lia, Pupetta, Rosetta, Anna, Antonietta, Ninetta, Silvia, Annetta, Maria, e tante altre ormai nascoste negli anfratti della memoria; quanti bei fiori freschi e odorosi c’erano nel prato della nostra verde età, e fragranti come il nostro pane e pomodoro.

Edito a Bari il 7.11.2010

domenica 31 ottobre 2010

MISTER ONOFRIO FUSCO



Caro Maestro, un dolore grande mi ha pervaso alla notizia della tua tragica scomparsa. Dopo tanti anni, ricordo ancora nitidamente quello splendido mattino assolato dell’otto maggio del 1958, quando ho avuto la gioia di conoscerti. Mi ero presentato al vecchio Stadio della Vittoria per un provino e per te sono stato subito “pupetto”. E’ il nome che mi affibbiasti lì per lì, certamente per la mia giovanissima età. E’ il nome con cui mi hai chiamato per strada ancora qualche mese fa: non hai mai dimenticato nessuno dei tuoi ragazzi; non solo sei stato un maestro calcistico per tutti, ma per molti anche maestro di vita. Quanti giovani sono cresciuti con i tuoi paterni insegnamenti; i Catalano, i Frisini e Carrano e Taiano, Mele, Quadrello, Consiglio, Caprio, Nonnato e tantissimi ancora, della mia e di altre generazioni. Mai avresti immaginato che la tua vita avrebbe avuto fine proprio per mano di quei ragazzi che tu tanto hai amato. Perdonali; perché sicuramente non ti hanno avuto loro maestro! Sfortuna per loro, fortuna per te: ora alleni allievi migliori nei divini prati. Arrivederci, mister Onofrio Fusco, uno dei tanti tuoi figli ti saluta con amore. Sempre tuo, vitopetino “pupetto”.
Edito a Bari il 9.11.1994

martedì 13 ottobre 2009

FALSO GABIBBO
Ahi!, quoque tu, Gabibbo, ex amico mio; che rossa delusione sei stato! Ti ho sempre pensato veramente al di sopra delle parti; ma anche tu, come quasi tutti quelli che mangiano dalle notizie, ti sei dimostrato quel vacuo pupazzo di gommapiuma che in realtà sei, inchinandoti pecorellescamente al potere del padrone che ti foraggia. Che delusione per me, soprattutto dopo le telefonate che mi hai fatto per avere conferma della notizia, vedere che ti sei tirato indietro, probabilmente perchè ti hanno informato che il matusalemme dottor Palma è un protetto del ministro Fitto, a sua volta protetto dal ministrone Berli, tuo padrone. Avrei potuto fornirti altre notizie di ingiustizie quotidiane che si commettono nella mia città a danno di indifesi cittadini; ne ho un enorme forziere, stracolmo; fornendoti per anni e senza farti nè inchinare e nè condizionare la mente. Per tua comodità, ti rammento l'argomento glissato, riportando per intero la vicenda del dottor Palma, in forma e contenuto identici alla mail inviatati all'epoca. Il mio unico intento è stato quello di agire nel solo nome di un paio di paroline, oramai straniere a noi italiani, Verità e Giustizia. Intanto, provvederò a fare da me, pubblicando la notizia, completa di questa lunga premessa, sia sul mio blog personale, che su Facebook. Ciao, ti saluto.

redatto a bari il 13.10.2009 (in risposta a una notizia mai data "Nosocomio o Manicomio?" del 9.11.2008)

domenica 11 ottobre 2009

INAUGURAZIONE TEATRO PETRUZZELLI
Molti baresi hanno contestato la doppia inaugurazione del Petruzzelli, lamentandosi ingiustamente sulla preferenza data ai vip concedendo loro la prima serata. Gli organizzatori non hanno fatto altro che seguire l’indole naturale della Città, la sua doppia anima. Giusto, perciò, mantenere ben distinti, anche in questa occasione, i patrizi dai plebei: da una parte i Massimiliano, gli Amedeo e le Elena, dall’altra i Feluccio, i Rocchino e le Filomena; con buona pace della democrazia e degli ultimi duemila anni di storia trascorsi inutilmente.

edito a bari il 6.10.2009

domenica 23 novembre 2008

L’UMANA TRAGEDIA
(parte prima)

PROLOGO
La tragedia
Son quasi alla fine del lungo cammino, poco prima dell’ultimo tratto; mi soffermo spesso e volutamente, ora, a considerare quel che ne ho fatto della mia vita. Di ciò che diventeranno le mie membra ne ho certezza. Dubbio assoluto mi pervade su quel che ne sarà del mio Spirito al termine del tratto finale.

La Luce iniziale Che Gli ha dato vita e L’ha sorretto per tutta l’infanzia è ormai spenta. Quale sorte L’aspetta per aver così a lungo abbandonato la Verità? Prima di renderLo, dunque, voglio girovagare in me alla Sua ricerca; ritrovarLo per restituirLo, certamente non immacolato ma almeno ripulito, a Colui che l’ha creato.

Nel ribollire di pensieri, è quello che più degli altri emerge anche in questa stupenda mattinata settembrina del nome Santo di Maria, nell’anno duemila dal Nostro Cristo Gesù. Sto tornando a Bari e un mezzo più grande del mio mi sbalza dalla strada; mani premurose mi estraggono ferito dalle lamiere sanguinanti.

L’ambulanza scatta lacerando l’aria, il mio Spirito si stacca dal suo corpo. Sono morto alle otto di questo meraviglioso mattino di settembre. Ormai svincolato dalla materia corporea, soavemente leggero come non mai, Egli comincia a librarsi sul mondo, oltre il mondo, involandosi nella Sua naturale Dimensione.
Il Miracolo
Persa ogni terrena forza, composto del solo mio Spirito, continuo il viaggio per Divina Attrazione. Dopo aver attraversato nubi e mondi conosciuti, aver oltrepassato l’infinito, resto all’improvviso immobile, incerto. Dove sono? E’ questo il luogo giusto per mondarmi dalle residue scorie terrene? Odo voci inconfondibili.

Colgo la voce paterna della giovinezza - “Ragazzo, sei più grande di tuo padre”.1 -, e la voce materna dell’età matura - “Tino di mamma tua, vieni, abbracciami”. - Vedo i miei venirmi incontro condotti per mano da Nico,2 dei tre il più esperto della Nuova Dimensione. Biondo, occhi azzurri, ha conservato l’aspetto migliore avuto sulla Terra.
1 Nel 2000, quando si rivedono, Tino aveva 56 anni, mentre suo padre, morto nel 1964, ne aveva 54.
2 Nico, fratello di Tino, morto nel 1953, all’età di 15 mesi.

Mio padre capì subito dall’espressione del mio viso cosa volessi sapere. “Vedi, Tino, appena giunti in questo luogo, chi non si è macchiato di grandi peccati, acquista l’aspetto migliore che si sia avuto in Terra. I più malvagi quello peggiore. Gli irrecuperabili, invece, si trasformano in quei mostri che diventavano nel momento dei loro delitti”.

Abbracciandomi, mi invitano amorevolmente a sedermi su una panca, spiegandomi il perché io sia lì e la Divina Missione che mi sarà affidata quale prescelto da Dio per annunciare agli uomini le Sue vere Leggi, travisate e distorte nei secoli da intendimenti interessati di scrittori e interpreti della Sua Parola.

Vedrò la Luce e la Luce mi parlerà direttamente, in modo da evitare passaggi che possano falsare l’interpretazione del Suo Pensiero. I mie cari mi comunicano che avrò guide d’eccezione per lo straordinario viaggio. I sommi scrittori della lingua latina, dello stil novo e del moderno italiano mi accompagneranno lungo il cammino della Verità.

La Verità
“Con gli occhi della nostra epoca abbiam visto una verità offuscata dal pensiero contemporaneo che rispettivamente ci nutriva. Ma il gran tempo qui trascorso ci ha permesso di vedere la Verità sgorgare pura dalla sorgente di Luce ch’è Dio nostro. Or tu la conoscerai direttamente dalla Sua voce” disse il bucolico latino.

E così, salutando i suoi, Tino si avviò accompagnato dai tre saggi sul luminoso cammino alla ricerca di quanto perduto. “Conoscerai la struttura dei Sette Cieli che compongono la Divina Dimensione. L’Inferno non esiste; e gli altri due luoghi da me descritti sono del tutto diversi nella realtà.” furono le parole del grande fiorentino.

La voce del padre del moderno italiano si spiegò “Inizierai il viaggio dal Settimo Cielo e, man mano scendendo verso la Terra, giungerai al Primo Cielo, quello degli eterni dannati, quello più prossimo all’umana dimensione, affinchè siano le ultime immagini che percepirai, le più indelebili a ricordarti il Male per meglio raccontarlo”.

“Cominceremo con lo spiegarti il luogo dove siamo ora” disse Virgilio. “E’ nominato Purificatorio ed è l’anticamera ai Sette Cieli” proseguì Dante. “Tutte le anime qui giunte sono obbligate a passarvi per conoscere la loro destinazione finale” completò Alessandro. E condotto da tali maestri il mio Spirito cominciò ad apprendere.

Il Purificatorio
E’ questo il luogo d’arrivo di tutte le anime, qui sono depositate le parti residue delle coscienze di ogni individuo, che appena giunto indossa la lunga tunica della tonalità consona ai suoi peccati e si avvia verso il Cielo di sua competenza, sapendo già di quale si tratti perché subito dopo aver indossato la tunica riacquista la coscienza perduta nella vita terrena che lo rende talmente giusto sino a darsi da solo la condanna; le tuniche vanno dal bianco abbagliante al rosso sangue.

La medesima Forza che l’aveva lì attratto riprese a condurre Lui e i tre sommi al cospetto di Nostro Signore. Più salivano e più erano avvolti da un bagliore soprannaturale, ma non ne erano accecati. Tino, circondato da un benessere mai provato, udì una voce persuasiva provenire dal cuore del bagliore. La Luce racconta.

PAROLA DI DIO
La Creazione
IO sono il principio: Io, il Mio Spirito. Io col Pensiero del Mio Spirito ho creato il Nulla. Nel Nulla ho esteso il Vuoto Infinito. Nel Vuoto Infinito ho creato il Mio Eden. Ma le due Creature più amate, tradendo la Mia Volontà, si sono nutrite del frutto del Mio Sapere scatenando, così, la Mia Ira consapevolmente.

Ho dovuto cancellare, perciò, comprimendolo in un pugno, il Mondo Perfetto, sino a farne un invisibile punto in cui ho concentrato la Mia Immane Ira. In quella massa invisibile ho racchiuso tutta la materia esistente del Mondo Perfetto appena ripudiato; contenendo però in ogni sua infinitesima particella il Mio Spirito Puro.

Prima che aprissi quella mano virtuale affermai le Mie Leggi, i Miei Principi per permettere di ritrovare l’Eden Perduto a tutti quelli che li avessero seguiti. Rilasciando l’immane energia ho detto: “Che sia il mondo più periglioso e inadatto a te, uomo; ti lascio quella parte del Mio Spirito per darti una possibilità di salvezza.

Ti faccio dono di un corpo deteriorabile ma che ti permetterà di perpetuarti. Avrai così la possibilità di adattarti al nuovo mondo che ti porrò sotto gli occhi, penetrarne i più remoti segreti per svelarli; sei libero di comportarti come meglio credi, ma tieni sempre immacolato il Mio Spirito che è in te.

Il Patto
Segui le Mie Leggi per renderMelo candido; riconquisterai così il Paradiso Ritrovato.” Da quel momento la straordinaria potenza dell’invisibile massa ha cominciato a espandersi in quello stesso Vuoto Infinito, liberando contemporaneamente Spazio e Tempo, dando vita quindi all’Universo.

Una forza straordinaria esplode.
L’Universo al suo nascere era quell’invisibile sostanza che in ogni sua più piccola parte conteneva lo Spirito Divino, il quale, come nella precedente Creazione, era presente in ogni dove. Tutta la materia ha cominciato ad evolversi, racchiudendo l’invisibile particella della Sua Anima.
I primi corpi celesti sono stati dolcemente espulsi nel Vuoto Infinito. L’Universo ha cominciato a espandersi, lo Spazio a riempirsi, il Tempo a scorrere e la Luce a illuminare il loro eterno cammino. E’ il principio della Vita di cose, animali, uomini. Le Sue Leggi già regolano la loro esistenza.

Per l’Amore particolare che sempre nutre per loro, il Signore ha concesso agli uomini il Libero Arbitrio nei comportamenti terreni; il vincolo alle Sue Leggi è stato l’unico patto che ha imposto loro per meritarsi nuovamente il Mondo Perfetto, quello del Settimo Cielo. Ha stabilito di porre il Suo Eterno Libero Spirito fra spiriti liberi terreni.

La Divina Struttura
Dio crea l’uomo consegnandogli il mondo come una pagina bianca e, come l’autore di quiz da risolvere, gli affida il compito di svelarli mano a mano che la sua cultura, la sua intelligenza e la sua civiltà si sviluppano. Proprio facendolo partire con queste tre doti al minimo, all'uomo è stato affidato lo scopo più alto.
Creare anche un solo uomo con le tre capacità al massimo, in grado di svelare in un attimo l’arcano del mondo, non avrebbe avuto alcun senso; privando l’umanità di quegli stimoli per cui conviene viverla tutta la vita: nascere, crescere, lavorare, guadagnare, nel sano principio delle Leggi Divine. Accumulare le esperienze necessarie per morire in pace e conquistarsi il Cielo che si è meritato.
Il viaggio è fatto a ritroso per permettere al designato di tornare sulla Terra con le immagini più nitide del Primo Cielo, quello dei dannati in eterno che, col Settimo, è l'unico Cielo dove si risiede per sempre. Dal Secondo al Sesto sono distribuiti gli altri peccatori, che li risalgono gradualmente, dopo aver scontato la condanna temporale per ognuno dei Cinque Cieli.

Il Settimo Cielo o del Paradiso
Il Cielo dei Santi
Il Cielo dei Santi e della Felicità Eterna, in compagnia della Luce Divina. Cielo azzurro che permette di vedere cose degli altri cieli e cose terrene. E’ il cielo della gente comune che ha sofferto del suo per colpa di altri in una vita anonima.

Il Sesto Cielo
Veniali peccati quotidiani
Condannati a qualche centinaio d’anni per colpe leggere, visione limpida ma molto distante del cielo massimo e delle cose terrene. E’ il cielo della gente comune sacrificata in fatiche e giornate anonime.

Il Quinto Cielo
Violenze sugli adulti a scopo immorale
Condannati a qualche migliaio d’anni per colpe involontarie, fitta nebbia che non fa intravedere il mondo spirituale, ma solo quello terreno.

Il Quarto cielo
Omicidi involontari
Cielo grigio e nebbioso che impedisce di vedere oltre. I rei sono condannati a milioni di anni in questa condizione, pima di risalire al cielo superiore.

Il Terzo Cielo
Omicidi volontari per sopprimere dittatori cruenti
Omicidi miranti a liberare il mondo da mostri con sembianze umane. Il Cielo a cui sono destinati i rei di tali atti, condannati a qualche milardo d’anni, Cielo scuro che impedisce di vedere oltre.

Il Secondo Cielo
Violenze sui bambini
Il Cielo a cui sono condannati i rei di abusi sui piccoli, ma senza che abbiano causato vittime: condanna eterna meno un pizzico (Cielo nero che impedisce di vedere oltre).

Il Primo Cielo
Lucida Follia
Condanna dei lavoratori delle fabbriche di armi di ogni epoca, perché in piena e libera coscienza sapevano di costruire strumenti di morte, utili solo ad annientare vite umane. Non hanno nessuna attenuante.
Il Cielo a cui sono condannati in eterno tutti quelli che hanno causato, direttamente o per mezzo di altri, la morte di un proprio fratello, o di chi li ha fatti assolvere distorcendo la Verità (killer, politici, re, tiranni, avvocati e giudici, delinquenti comuni ed organizzati, stupratori, eccetera). Cielo rosso sangue, che impedisce di vedere oltre il luogo del proprio crimine, che li assillerà, insieme alla scena del delitto, continuamente in eterno. Acquisita piena coscienza, i rei subiscono la pena peggiore per l’essere umano (condizione che mantengono per l’eternità), la sofferenza psichica, sino a raggiungere uno stato di lucida follia, (lucida perchè sofferenza cosciente, senza dubbio più atroce di ogni altra fisica). Sanno, finalmente, che non sono stati mai soli al momento del delitto: un testimone vi era sempre, il più attendibile, il peggiore, per loro, dei testimoni, lo stesso Giudice Supremo che li ha condannati per l’eternità col rivivere continuamente il loro crimine, senza più alcun falso alibi, patendo, oltre la citata sofferenza psichica, anche quella inferta alla propria vittima. I dannati di questo Cielo conservano per sempre l’aspetto fisico del momento peggiore della loro vita: l’abbrutimento allo stato puro.
(continua)
- Il Puzzo dell’Odor di Santità.
- La Falsa Onestà.
- La coscienza nera (tale rimane).
in elaborazione; abbozzato dall'1.1.2001