Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post

mercoledì 17 maggio 2023

Piripicchio, maschera barese anni 50

 PIRIPICCHIO ARTISTA DI STRADA, MASCHERA BARESE ANNI 50

Piripicchij, accom ng si fatt dvrtì quann vinv a Bbar jind o slargh dlla Madonnin alla Quarta Traversa d Japigg, aqquann iemm tutt uagnungidd. L rsat che ng faciv fa all battut ca nu mangh capscemm; ma l grann, chiù malzius, rdevn cchiù d nù. E quanda prisc a vdert ballà ch la musch dlla rigonett d'u giovn che t'acchmbagnav. Ijv nu mmisc-ch d Totò, Sciarlott e Rdolin, ma nu t chiamamm asslut Totò ❤🙏❤...

mercoledì 16 febbraio 2022

TUTUCCIO LO SCRIVANO, in vernacolo barese

LA STORIJ D TUTUCC U SCRVAN.

(traduzione letterale in calce)
U nonn m racchndav spess la storij d Tutucc u scrvan du Comun, ca fadgav ijnd o prton d piazz du Ferrares, alle spall du mrcat du pesc. A chidd timb picch sapevn scriv, e iun d chiss iev Tutucc, che p chuss u Comun u avev pgghiat a fadgà. E mendr agnev l cart pu Comun, scev na femmn e ng dcev.
- Tutucc, p piacer, jì non zacc scriv. M la scriv tu na lettr p figghijm o militar?
E Tutucc scrvev alla naschnnut. La femmn pgghiav la lettr e ng dev na gaddina scannat ca tnev sott o snal.
- C sta fasc, comma Sisin? Non d si prmtten. M uè fa perd u post? Camin, vattin da dò. La gaddin, passan passan, lassal a cas, dangill a mgghierm.
E scev u vccir gnrand.
- Tutucc, famm la solda lettr p cudd chrnut dll'avvocat, ca so tre mmis che non m pagh u cund.
Lettra prond e nu chil d salzizz alla cas d Tutucc. E u psciaiul, u frmaggiar, u scarpar, tutt ca s facevn scriv lettr, e Tutucc ngrassav; ijdd, la mgghier, l figghij e l trris sott o matton. E ijnd a nu par d'ann s'accattò nu quartin sop alla Mragghij.

LA STORIA DI TUTUCCIO LO SCRIVANO
Il nonno mi raccontava spesso la storia di Tutuccio lo scrivano del Comune, che lavorava dentro al portone di piazza del Ferrarese, alle spalle del mercato del pesce. A quei tempi pochi sapevano scrivere, e uno di questi era Tutuccio, che per questo il Comune lo aveva preso a lavorare. E mentre riempiva le carte per il Comune, andava una donna e gli diceva.
- Tutuccio, per piacere, io non so scrivere. Me la scrivi tu una lettera per mio figlio al militare?
E Tutuccio scriveva di nascosto. La donna prendeva la lettera e gli dava una gallina scannata che teneva sotto il grembiule.
- Che stai facendo, comare Sisina? Non ti permettere. Mi vuoi far perdere il posto? Cammina, vattene di qua. La gallina, passando passando, lasciala a casa, dalla a mia moglie.
E andava il macellaio ignorante.
- Tutuccio, fammi la solita lettera per quel cornuto dell'avvocato, che sono tre mesi che non mi paga il conto.
Lettera pronta e un chilo di salsiccia a casa di Tutuccio. E il pescivendolo, il salumiere, il calzolaio, tutti che si facevano scrivere lettere, e Tutuccio che ingrassava; lui, la moglie, i figli e i soldi sotto al mattone. Ed entro un paio d'anni si comprò un appartamentino sulla Muraglia ❤😜👍...

lunedì 31 dicembre 2007

IL GRANDE MAMMUTH

PROLOGO
Accade di frequente, a chi è genitore, che la sera i figli più piccoli non riescano a trovare facilmente sonno. Ci si sforza utilizzando vecchi metodi, se ne sperimentano di nuovi per cercare di addormentarli. Seduti ai loro piedi, cogliamo con sollievo i primi segni premonitori del sonno imminente nell’altalenante movimento delle palpebre, ormai pesanti. Quando siamo certi che Morfeo sta per accudirli per qualche ora e cominciamo ad assaporare il piacere di calarci nell’atmosfera di pace, diventata l’ultima parte della sera senza la loro chiassosa presenza, ecco che inaspettata la loro vocina ci impietrisce. Gli occhietti tornano vispi, la temuta domanda “Papà, mi racconti una favola?” ci paralizza. A me è capitato più volte. Ricordo bene qualche sera fa; ero riuscito a far addormentare la mia bambina con un’arcaica nenia barese. Mi accingevo in punta di piedi a lasciare la cameretta, quando quella richiesta mi ha pugnalato alle spalle inchiodandomi al mio “dovere di padre”. Non che me ne volessi sottrarre, ma l’idea di ripeterle per l’ennesima volta una delle tante notissime storielle già mi procurava nausea. Il lieve sgomento mi ha causato un brivido lungo il filo dorsale e, vinto un passeggero capogiro, mi sono riseduto sul lettino controvoglia. Ho iniziato dapprima a passare in rassegna i libri di favole sul comodino. Il solo leggerne i titoli, che conosco da una vita, mi ha fatto proprio star male. Un atlante geografico spiccava per la sua diversità fra quei libri. Giusto per prender tempo e sperare in uno degli imperscrutabili misteri che regolano il sonno dei bambini, facendolo giungere quando meno ce lo aspettiamo, ho preso a sfogliarlo di malavoglia.
- “Che libro hai preso, papà?”
- “Non è un libro; è un atlante.”
- “Ma sembra un libro. E cos’è un atlante, papà?”
- “E’ un libro …. “
- “Avevi detto che non è un libro.”
- “Cioè, è un volume in cui sono disegnate le mappe di ogni nazione del nostro pianeta.”
- “E che cosa sono un volume, le mappe, ogni nazione, nostro pianeta?”
Perline di sudore hanno preso a scorrermi giù sino al fondo schiena. M’ero cacciato in trappola; il classico ruzzolone nella brace. Ero fermo a guardare angosciato la cartina dell’Europa quando la vecchia lampadina, a volte spenta anche per anni, è venuta in mio aiuto illuminandomi. Vedendo con attenzione i contorni del Mediterraneo, l’ispirazione appena nata mi ha suggerito una favola nuova, inventata lì per lì.

IL GRANDE MAMMUTH

Moltissimo tempo fa Panthalassa, l’unico oceano allora esistente, abbracciava felicemente Pandea, la terra emersa, unica anch’essa. Su quell’immensa isola vivevano, non altrettanto felici, donne e uomini. Non era quella l’intenzione del buon Dio al momento della Creazione. Solo dopo la disobbedienza di Eva e per punire gli uomini, Egli si costrinse a trasformare quell’unico enorme continente da Paradiso Terrestre a Valle di Lacrime, nella quale cominciarono a vivere gli esseri umani, condannati per sempre alle terrene sofferenze. La popolazione, intanto, cominciò a crescere sempre di più; iniziarono a sorgere paesi sia sulla costa che all’interno della terra emersa, ma in tutte le località gli abitanti continuavano a essere infelici. L’infelicità di quelli che vivevano lungo le coste dell’immensa isola era causata dalla paura che l’infinita distesa delle acque incuteva nei loro animi ancora semplici. Molti avevano tentato d’avventurarsi in mare aperto, vinti più dalla sete del sapere che dal reale bisogno di solcare quelle acque che si sperdevano nell’ignoto. La maggior parte di loro tornava immediatamente a riva salvandosi; la paura era stata più forte della voglia di conoscere. Chi sceglieva di inoltrarsi in quel mare senza fine, per disgrazia non faceva più ritorno; la morte era più forte di tutto. La morte è sempre la più forte, paziente ma invincibile. Peggiore era la sorte degli abitanti dell’interno, il “retro”, come i marinai dell’epoca chiamavano i paesi che non si affacciavano direttamente sul mare. Furono proprio loro a coniare i termini “retrivo”, “retrogrado”, riferendoli agli abitanti delle zone interne, cavernicoli, valligiani, montanari o altro che fossero; gente ancora più involuta di quella costiera per gli ostacoli naturali che riducevano di molto il loro orizzonte, limitato com’era da caverne, boschi, montagne, colline. I motivi erano più che sufficienti per rendere tutti infelici; lo sgomento dell’immenso frenava l’impellente bisogno di progredire dei marittimi; i retrogradi, inconsciamente impediti a vedere oltre la punta del proprio naso, accettavano con fatalità la loro misera condizione. I dubbi e le paure del mondo primordiale limitavano molto l’evolversi di quegli animi primitivi. Quella situazione non andava a genio nemmeno al Signore che, perciò, decise di risistemare geograficamente Panthalassa e Pangea, rompendo soprattutto la monotonia della biblica spartizione fra Terra e Acqua. Senza più indugiare, a passo spedito superò l’Archivio Universale delle Anime dove era sistemata la Prima Divisione, nella quale erano raccolte un numero grandissimo di cartelline con il solo foglio del Giudizio Irrevocabile di ogni anima defunta. Attraversata la grande Sala del Giudizio Irrevocabile, si fermò nella Seconda Divisione, il Laboratorio delle Opere Umane, dov’erano sistemati i fascicoli, più o meno grandi a seconda del caso, degli esseri viventi che al momento popolavano la Terra. Le due Divisioni erano dilatabili a dismisura; al principio la seconda era molto più ampia della prima per il semplice fatto che il mondo dei più era quello terreno; Anime Maestre affollavano il cammino, tenendo per una mano l’ultimo arrivato e nell’altra il suo fascicolo. Ritirata la cartellina col foglio del Giudizio Irrevocabile, che stabiliva in quale dei Sette Cieli l’anima appena giudicata sarebbe finita, il fascicolo veniva portato al macero per così riutilizzare la sua energia a Insindacabile Parere Divino. C’era infine una Terza Divisione, grande senza limiti, Dimensione delle Anime Assegnate, in cui erano stipati a perdita d’occhio un numero infinito di Registri. In quei capaci volumi erano elencati solo nomi e date dei futuri esseri umani in ordine strettamente cronologico. Ad ogni nuovo concepimento, nella Seconda Divisione veniva creato il fascicolo del relativo passaggio terreno. Da quell’istante i singoli fascicoli cominciavano a crescere più o meno voluminosamente in rapporto alla durata del passaggio e delle opere compiute. [Dopo la cacciata dal Paradiso, il Signore decise di disinteressarsi delle faccende umane nella loro parabola terrena e, per aggravarne la pena, di concedere agli uomini il libero arbitrio regolato dalle Sue Leggi eterne, infallibili e note a tutti, stabilendo la riconquista del Paradiso perduto per chi le rispetta. Ogni individuo ha la libera facoltà di conquistarsi il Settimo Cielo o di condannarsi al Cielo più infimo; nascendo si ha l’obbligo di sviluppare al massimo la propria coscienza, sempre seguendo la Legge del Signore. Non riuscendoci, una volta davanti a Lui, il Giudice Supremo ci restituisce quella parte di coscienza di cui ci si è privati sulla Terra, in modo che ogni individuo riesca a capire perfettamente gli errori commessi e, di conseguenza, il Cielo a cui si è destinati; più coscienza si è persa per strada, più è basso il Cielo d’appartenenza. Infatti, gli autori dei delitti più disumani vengono volgarmente definiti “Uomini senza coscienza”. E nel Cielo Infimo, reintegrati della piena coscienza, essi sono condannati a soffrire pene atroci nel rivedere, in presenza di tutti e senza più falsi alibi, i crimini commessi, provando in eterno le stesse sofferenze patite dalle loro vittime. Altro che Inferno; le sofferenze fisiche, alla fin fine, sono lenibili in qualche modo; quelle dell’animo, invece, sono insopportabili. La differenza noi mortali la conosciamo molto bene, supportati come siamo dalla struttura fisica; figurarsi nel mondo dello Spirito puro, in cui tutto il peso dei nostri peccati deve essere sopportato dalla sola anima.] Dunque, Nostro Signore, mentre controllava l’andamento del proprio Creato e ricercava nel Laboratorio delle Opere Umane quel che Gli interessava, non tralasciava mai il Suo ruolo principale di giudicare ogni anima che si presentava al Suo cospetto. Egli è sempre stato Trino, anche se a noi uomini ha manifestato questa Sua Virtù tanto tempo dopo. Preso l’elenco dei fascicoli della Seconda Divisione, quindi, cominciò a scartabellarlo per ricercarvi un nome. Naturalmente non aveva bisogno di consultare alcunché, conoscendo bene vita, opere e morte di ogni essere terrestre; solo che Gli piaceva, di tanto in tanto, assumere atteggiamenti a immagine e somiglianza di quell’essere che Lui stesso aveva creato da un pugno di polvere e uno schizzo di saliva. L’Indice Divino scorse veloce lungo l’elenco sino a fermarsi sul nome cercato. Italo il nomade. Pangea centrale, pastore di mammuth, corporatura e altezza eccezionali per i tempi, trentatreenne; un numero evidentemente caro al Signore. Per fare quel mestiere Italo doveva avere un carattere molto mite, perché quei bestioni erano facilmente irascibili e solo una persona dall’animo buono li teneva facilmente a bada. Dalla voce di un uomo i mammuth riuscivano a percepire quella della sua coscienza, molte volte così fievole da essere captata solo grazie ai loro enormi orecchi. Il Signore lesse le note caratteristiche di Italo, avendo conferma di quel che già sapeva. Lo chiamò. Grande fu la sorpresa del mite pastore, mentre era in santa pace intento alle quotidiane fatiche nella tranquilla e verde valle natia, nell’udire quella Voce soprannaturale. Non aveva mai udito prima una voce tanto potente, ma non ebbe timore, tranquillizzandosi nel vedere con quale calma i mammuth guardavano il cielo con le sventole tese ad accogliere serenamente la medesima Voce. Perciò, anch’egli si predispose ad ascoltare.
- “Italo …. AscoltaMi. Sarai parte di un progetto che permetterà a tutti gli uomini di essere meno infelici; per questo ho bisogno della tua vita e di quella del tuo mammuth più grande. Il vostro sacrificio Mi servirà a creare un popolo migliore. Dopo esserti protetto con copricapo, busto e stivaloni lunghi sino all’inguine, forgiati col cuoio più duro, monta l’animale prescelto e conducilo al centro della Grande Vallata. Là attendi ch’Io completi l’opera. Il vostro premio sarà il Settimo Cielo, e sulla Terra nessuno dimenticherà più il tuo nome e il tuo mammuth.”
Il placido Italo non aveva mai detto di no nella sua vita. A nessuno. Era, come già detto, il più buono degli uomini. Sempre pronto a soccorrere ogni essere in difficoltà: aveva un fratello gemello; l’altruismo e il senso del giusto erano tanto innati in lui che da piccolo, nutrendosi del latte della madre, sentiva istintivamente quando smettere per lasciarne la giusta metà al fratello. E dal momento che fu in grado di reggersi non smise mai di offrire il suo aiuto a chiunque. Nel momento più importante della sua vita, quindi, non ebbe nessuna esitazione di donarla al Signore e di rispettarne la volontà anche per la sorte del suo animale. Mentre il Supremo si apprestava a realizzare quel progetto rivoluzionario Italo, come gli era stato suggerito, protetto dalla corazza di cuoio e in sella a Medi, il capobranco, il più grande dei mammuth, si portò al centro della vallata e attese. Era intento ad ammirare per l’ultima volta, serenamente, i luoghi che l’avevano visto diventare uomo, quando notò improvvisamente il paesaggio a lui tanto familiare cambiare aspetto. Le montagne divenivano sempre più piccole, la vallata sempre più stretta. Capì subito, guardando in giù, che non erano montagne e vallata a ridursi, ma lui e Medi che s’allontavano. Stavano volando. Ciò che gli sfuggiva fu il particolare che, salendo, crescevano. Si ingigantivano, diventando sempre più enormi, immensi. Le loro proporzioni, però, restavano inalterate, impedendo a Italo di accorgersi della stupefacente metamorfosi che stavano subendo. Ebbe soltanto la certezza che quel volo impossibile era opera del Sommo. Ne fu felice. A un certo punto, raggiunsero un’altezza tale che Italo poté vedere, primo uomo dalla Creazione, che Panthalassa e Pangea formavano insieme un corpo perfettamente sferico. In quel momento l’ascesa si arrestò. I loro corpi, intanto, avevano raggiunto le dimensioni progettate dal Divin Architetto. Fermi per pochi attimi in quell’inerzia solenne, fecero a ritroso il percorso che li aveva condotti a quell’altezza. La caduta diveniva sempre più veloce; tanto vertiginosa da indurre Italo a credere di essere fermi, e che fosse la palla di terra e acqua a correre loro incontro, sempre più grande. La discesa raggiunse una velocità tale da strappare le loro anime che, libere dei corpi, ripresero a salire, ora dolcemente, verso il Signore, accolte, infine, amorevolmente fra le Sue capaci braccia. Intanto i corpi, abbandonati al loro destino, ma da Lui guidati con esperta mano, continuarono la folle caduta verso il centro esatto della Pangea. Alla distanza voluta, Egli impresse alle due figure una lieve rotazione, costringendole ad atterrare di fianco con gli occhi volti verso il tramonto. L’impatto fu di una violenza terrificante, riproducendo un “bang” che Gli ricordò l’altro simile udito alla Creazione dell’Universo. Aspettò con calma proverbiale il dissolversi del nuvolone che avvolgeva il pianeta. Tornata nitida la visibilità, il Padreterno si soffermò ad ammirare la grandiosa opera, compiacendosene. La tremenda scossa aveva prodotto un enorme cratere in cui masse inarrestabili di acqua si riversavano da una spaccatura a occidente. La Pangea non esisteva più; dov’era la grande vallata, ora dominava quel cratere a forma di mammuth in volo. L’acqua lo riempì, riportando a galla il lungo stivale sinistro di Italo che si saldò a nord con la terraferma, proprio al limitare delle alte montagne che circondavano la vallata, e al di sotto col fondo marino che s’innalzò per sostenerlo. Dei corpi non v’era più traccia, come se non fossero mai esistiti. Ma quel cratere a forma di mammuth con lo stivale in groppa dimostrava concretamente il loro passaggio terreno. L’impatto, inoltre, aveva creato delle abissali fratture lungo i punti più deboli della Pangea, staccandone una massa enorme che andò alla deriva verso occidente; una miriade di terre piccolissime si estese a oriente, mentre grandi isole si spostarono più a sud. Frammenti infiniti si sparsero per tutta la Panthalassa. Rimirata a lungo la nuova sistemazione, il Signore dette nuovi nomi ai luoghi appena creati. Chiamò Mare Medi, dal nome del grande mammuth, il cratere riempito dall’acqua. Seguendo la costa modellata dalla sua sagoma, il punto in cui l’acqua aveva invaso il cratere fu chiamato Stretto del Naso Lungo; risalendo verso nord, i due Golfi ebbero i nomi di Lobo Destro e Lobo Sinistro; i frammenti di terra circondati dal mare si chiamarono Isole degli Occhi, Isole del Padiglione, Isole del Cuore, Isole di Coda. In onore di Italo il Signore chiamò Italia lo stivalone al centro del nuovo bacino. Le città che poi sorsero attorno ad esso costituirono lo Stato del Grande Mammuth e i suoi abitanti si chiamarono Fratelli del Grande Mammuth. Non più limitati dalle montagne, non più angosciati dall’oceano infinito, essi trovarono il giusto equilibrio nei precisi punti di riferimento dei nuovi orizzonti per raggiungere la felicità perduta. Intanto, invidiosi per tanta bellezza e ricchezza, dal nord cominciavano a calare i barbari……

EPILOGO
La mia bambina era ancora sveglia e continuò a tempestarmi di domande. Naturalmente, non fu così semplice, come sembra, terminare la bella favola. A ogni nuovo vocabolo venivo interrotto e mi era impossibile riprendere se prima non le spiegavo alla meno peggio il significato. Ancora più difficile mi riusciva spiegarle interi concetti che, sorprendentemente, lei afferrava al volo. Senza dubbio per “colpa” di quel retaggio mediterraneo che ancora oggi ci contraddistingue. Pur se estenuato dalle domande e dall’ora tarda, mi riuscì alla fine di portare a termine la storia, ma non di raggiungere lo scopo che il racconto fantasioso doveva cogliere. La bimba era più sveglia di prima; l’unica consolazione, se non altro, era quella di averle insegnato a sollecitare la fantasia. Insomma, per riuscire a farle prender sonno, sono tornato al vecchio sistema della ninnananna. E questa volta finalmente, mi lasciò alla pace delle ultime ore serali. Andato a letto, sfinito com’ero, mi addormentai all’istante, sognando lo stesso sogno della mia bambina. Il Grande Mammuth.

redatto a bari il 30.4.1987

martedì 30 ottobre 2007

TORRE TRESCA

Abitare in un ghetto: due chiese, tre negozi, una scuola. Un mare di verde a circondare dodici capannoni in legno, poche case in muratura, oltre mille famiglie, migliaia di anime. Tutte unite da una strada cosparsa di ghiaia, che costituiva per il piccolo abitato l’unica via transitabile, polverosa sotto il sole, fangosa con la pioggia. Estate rovente, caldo autunno, inverno innevato. Anno 1953.
La mia primavera cominciavo appena a viverla, quando la morte di Nico sconvolse l’esistenza della mia famiglia. Per Babbo e Mamma fu un durissimo colpo perdere il loro bambino più piccolo in quel tragico modo. Soprattutto per Mamma, che se lo vide scivolare dalle braccia e cadere dal balcone di casa. Abitavamo in via Carulli, al primo piano del 114. L’abbiamo sempre chiamata “la casa di zia Mamma”, una zia di mio padre che per più di quindici anni ci ha dato ospitalità; all’inizio soltanto ai miei, poi a noi ragazzi, man mano che s’arrivava. La guerra aveva portato come sempre distruzione e miseria, le case erano poche, ogni famiglia s’arrangiava come poteva. In quell’unica stanza fui il primo ad arrivare; Lilli mi seguì un anno dopo; avevo cinque anni quando ci raggiunse Elvira, che sarebbe rimasta la nostra unica sorella. Il giorno della disgrazia il piccolo Nico aveva appena tredici mesi, quando a me ne mancavano solo quattro per i nove anni. Io e Lilli eravamo stati a ritirare le pagelle; tornati a casa, notammo gente presso il nostro portone. La evitammo per salire e sulle scale fu zia Mamma ad informarci. Alle nove di quella stessa mattina mia madre, sfuggito il bambino dalle sue mani, si era precipitata in strada per raccoglierlo e con un auto di passaggio, rarissime a quel tempo, aveva raggiunto l’ospedale, allora situato provvisoriamente nel palazzo dell’Università a piazza Umberto. Ma non si era potuto far niente, Nico morì a mezzogiorno. Mio fratello minore aveva le guance paffute e rosee, la pelle ambrata, capelli a buccoli biondissimi, occhi grandi e vispi d’un intenso celeste, proprio come quelli di Babbo. Ben proporzionato e alto per la sua età. Un vero serafino, come quelli che dipingeva spesso mio padre. Bello, bello, bello. Il Signore s’era lasciato scappare un angelo e lo rivolle subito a Sé con quel volo proprio angelico dal balcone, nonostante quella grossa chiazza livida sulla tempia sinistra. Lo ricordo ancora sul letto di morte, un prezioso ninnolo rotto fra quei cioccolatini e confetti con cui mani familiari l’avevano composto. Mamma non sarebbe stata più la stessa, aveva trentatré anni. Avrebbe poi subito, per l'involontaria disattenzione di un momento pagata caramente, anche un processo penale, da cui ne venne fuori per insufficienza di prove, perché nessuno volle testimoniare contro una madre già colpita a morte; solo il cieco cinismo di una giustizia stupida poteva arrivare a tanto; cominciai a capirlo d’allora. In seguito, anche nei rari momenti in cui le veniva da sorridere, quel dolore cancellò la radiosità dal viso ancora giovane di mia madre, lasciando una sottile ombra a velarle per sempre gli occhi. Babbo, quarantatreenne, fu preso da un dolore così intenso da svenirne. Non avevo mai visto mio padre disteso in terra, occupava l’intero pavimento della cucina. Ripresosi a fatica, tirò fuori la sua corazza di maschio che la società gli imponeva, e vi richiuse lo strazio tremendo che la perdita di quel figlio gli aveva procurato. Io, Lilli e in maggior misura Elvira assorbimmo le conseguenze della tragedia con meno dolore, aiutati molto dalla nostra giovane età. Era la vigilia di Sant’Antonio e tutto accadde in un attimo, mentre suonando transitava la banda in giro per il quartiere.
I miei decisero subito di lasciare quella casa che ci avrebbe sempre ricordato il tragico fatto. Ma era una decisione non facilmente realizzabile per la carenza di abitazioni che da sempre affliggeva il paese. Mamma aveva già fatto due tentativi infruttuosi per ottenere una casa popolare. Al terzo ci andò meglio, ma l’appartamento assegnatoci alla Stanic non piacque a mia madre. La prima volta che si recò a vederlo, dalle finestre aperte le apparve sullo sfondo l’immutabile squarcio del Cimitero. “Madonna mia! Devo vedere per sempre questo bel panorama? No, no; non mi piace; Vi passerò l’eternità lì dentro quando sarà il momento; non voglio farlo anche da viva. No! Non la voglio ‘sta casa.” Furono le uniche parole che mia madre disse in quella fredda abitazione, non immaginando neppure alla lontana che di là a poco in quel Sacro luogo vi sarebbe andata ogni giorno. Comunque, la fisima di mia madre e la lontananza dalla Sud-Est, la ferrovia dove mio padre lavorava, li costrinsero a rinunciare all’alloggio e, inconsapevolmente, a condannare mio fratello.
Nel giro di pochissimi giorni, nonostante il dolore che l’affliggeva e che mai più l’avrebbe abbandonata, Mamma trovò una soluzione momentanea, ma indicatissima, per poter finalmente avere una casa popolare. Negli ultimi anni era diventata una consuetudine dimostrare di vivere, seppur per pochi mesi, in veri e propri tuguri sovraffollati per ottenere l’assegnazione di un’abitazione. E’ quello che fece mia madre in previsione del nuovo bando dell’Ina-Casa per nuovi alloggi in costruzione a Japigia, quartiere periferico di Bari in forte espansione in quei primi anni cinquanta.
Nella zona compresa fra la Chiesa di Santa Fara e il Canalone, proprio a ridosso della stradina sterrata che lo costeggiava, sorse nel 1940 Torre Tresca. Insediamento provvisorio di pochi capannoni in legno per il ricovero dei prigionieri inglesi durante il conflitto nazista, divenne un vero e proprio villaggio residenziale negli anni cinquanta, appena più di un lager, privo com’era di tutti i servizi primari. Ma la fame di case e la convinzione che sacrificarsi qualche mese nel ghetto portava in premio l’abitazione popolare, costrinse qualche migliaio di famiglie a occupare il vecchio lager a rotazione: via una dentro l’altra. Percorrendo la strada di Santa Fara e deviando per la diramazione a sinistra della Chiesa, si raggiungeva Torre Tresca. Era frequente in quegli anni che carri piani stracolmi di gente e masserizie, tirati da un paio di cavalli al massimo, si incrociassero su quella stradina: in un senso andava gente che s’apprestava a occupare, mesta ma speranzosa, la misera stanza lasciata libera da famiglie ben liete di avviarsi, nel senso opposto, verso casa nuova.
Mia cugina Maria, abitava lì da qualche tempo. Mia madre e la nipote decisero di dividere a metà la stanza che lei occupava col marito Giovanni e i sette figli. I nostri parenti si sarebbero sistemati alla meno peggio nella parte anteriore con la porta d’ingresso; noi nella posteriore con l’unica finestra, divisi solo da un’enorme panno scorrevole come parete divisoria. Per abbandonare il più in fretta possibile la casa del dolore, il quindici giugno, due giorni dopo il funerale di Nico, in attesa che Mamma e Maria sistemassero alla meglio le nostre cose nella mezza stanza, trovammo ospitalità a casa del fratello di mia madre, zio Angelo, che con la famiglia aveva casa popolare a via Orazio Flacco. Stazionammo in quel bivani un paio di settimane.
I primi di luglio, a bordo di una tipica carrozza (Babbo non dimenticava mai le sue origini “nobili”) da posteggio trainata da un cavallo baio, seguiti dal consueto carro piano con la nostra roba, ci avviammo verso i nove mesi più avvincenti della mia vita. Lasciavamo dietro di noi l’asfittica zona centrale della città col traffico ordinato, perché ancora limitato a poche auto, per avventurarci in un mondo a noi sconosciuto. Ci aspettavano giorni impensabili per noi ragazzi del centro, penalizzati da spazi esigui e dal verde ridottissimo del quartiere murattiano. Varcate le due colonne che limitavano l’ingresso del ghetto, a meno di cento metri dal Canalone, ebbi la sensazione di oltrepassare la Soglia del Tempo. All’improvviso eravamo stati catapultati in quel far west che riempiva le nostre fantasie, alimentate dai tanti fumetti in auge allora; la nostra tv di carta in quegli anni. Si prospettava alla mia giovane età l’occasione per un radicale cambiamento di vita, del tutto nuovo. Un’esperienza in praticità che mi sarebbe tornata utile per sempre. Trasportato in un baleno dalle anguste strade del centro urbano a quello sterminato spazio verde, mi sembrava lo stesso sogno che, cominciato a tinte fosche due settimane prima, andava trasformandosi via via in tinte più luminose. Non avevo di certo dimenticato quello che mi era successo, ma l’incostanza dell’età mi permetteva di superare con meno dolore il triste momento. Appena entrati nel nuovo territorio, dal mio ottimo posto d’osservazione, a cassetta col vetturino, notai subito che le costruzioni più grandi, in legno imbiancato di fresco per la stagione, avevano i tetti spioventi ricoperti di tegole rosse. Ne contai dodici, sei per ogni lato della strada principale, poste una di fronte all’altra. I capannoni in legno erano preceduti sulla destra da alcune costruzioni in muratura con la copertura piana, in cui erano sistemati il Corpo di Guardia dei Vigili Urbani, un fruttivendolo e alcune famiglie. A mezza strada, sulla sinistra, c’era la Chiesa principale del villaggio, oggi sconsacrata. L’edificio della scuola elementare, in fondo alla strada di ghiaia, costringeva a svoltare ad angolo retto nei due sensi. A sinistra vi era un campo da calcio, che fronteggiava tre file di costruzioni, una dietro l’altra, completamente in muratura, suddivise in tante stanze ognuna occupata da una famiglia. In una di queste stanze abitavano, da qualche anno, il nonno con la nonna e zio Vitino, nell’altra affianco zia Tina con il marito Onofrio. A destra, una stradina più piccola saliva leggermente sino a collegarsi alla strada che costeggiava il Canalone. Al culmine dell’erta vi era a sinistra un altro gruppo di casette monovano in muratura, simili a quelle in basso; di fronte alle casette c’era l’altra Chiesa del villaggio, una vecchia cascina trasformata in luogo di culto, che tutti chiamavano la “Chiesa di sopra”. Le costruzioni, in legno o in muratura, erano esclusivamente col solo piano terra, ad eccezione della “Chiesa di sopra” che aveva il luogo di raccolta dei fedeli al primo piano, a cui si accedeva con una ripida scalinata di pietra. Tutte le abitazioni avevano i servizi igienici in comune, ubicati in grandi stanzoni che fungevano da lavatoio e gabinetti, in fondo ai capannoni in legno o all’estremità delle costruzioni in muratura. Ed era un continuo andirivieni di gente armata di asciugamani, che percorreva il lungo corridoio dei capannoni o il tragitto all’aria aperta per raggiungere i servizi in comune. Vi era una costruzione del tutto diversa dalle altre; l’unica abitazione singola, appena discosta dalla Chiesa principale. Una casetta in legno col tetto a falde ricoperto di tegole e un bel giardino tutt’intorno; pareva uno dei capannoni in miniatura. Vi abitava il vigile Zaccaria con la sua famiglia; era da tutti nominato “lo Sceriffo di Torre Tresca”. Gli altri due negozi erano uno di generi alimentari proprio di fronte al capannone 10, e l'altro nella zona alta dell'abitato che vendeva un po' di tutto, compreso petrolio per lampade, poichè nel villaggio non c'era luce elettrica.
L’atmosfera creata dal nostro arrivo fu del tutto simile a quella che suscitava l’arrivo della diligenza nei villaggi del vecchio West. Erano gli anni d’oro di Tex, Capitan Miki, Il Grande Blek, nostri eroi di carta; chiaro che quelle avventure suggestionassero i ragazzi, che a frotte si attaccarono alla carrozza. Chi non riuscì a trovare appiglio, ci scortò fiancheggiandola sino al capannone 10, il penultimo sulla destra, dove c’era la stanza 26 che avremmo diviso con i miei cugini. Le stanze situate in ogni capannone erano una cinquantina, una di fronte all’altra lungo un corridoio che terminava ai servizi comuni. Due grandi portoni esterni in legno, posti sulla facciata principale e su quella posteriore, chiudevano gli accessi al corridoio; ma per incivile menefreghismo erano lasciati quasi sempre aperti. Arrivati all’ingresso principale del nostro capannone, i ragazzini circondarono la carrozza in attesa di vedere chi fossero i nuovi arrivati. Appollaiato in cassetta, mi sporsi lateralmente, stupito dal clamore. Affacciato al finestrino vidi Lilli divertito con la sua bionda chioma al vento. La nera testolina di Elvira che sbirciava in giro curiosa. Nei loro occhi, celesti dell’uno e verdi dell’altra, lo stesso mio stupore. Babbo era appoggiato allo schienale del sedile interno. Il suo volto esprimeva dolore passato e incertezza futura. Mamma gli era di fronte, non potevo scorgerla. Ma sul volto di mio padre, come in uno specchio, potevo immaginare riflessi gli stessi sentimenti. Il cielo, limpidissimo, era di un azzurro violento. Indifferente.

redatto a Bari il 7.2.1977

domenica 28 ottobre 2007

IL SIGNORE E MADDALENA

Frequentavo con mio fratello Lilli il corso di Catechismo nella vecchia palazzina del Convento di San Francesco, a Japigia, quando è accaduto quello che sto per raccontare. C’eravamo trasferiti da poco in quel nuovo quartiere di Bari. Era il lontano 1954. La scorsa settimana, finito di leggere “Il Codice da Vinci”, ho avuto un nitido ritorno alla mente proprio di quei giorni. Soprattutto un episodio legato al libro di Dan Brown è emerso con prepotenza dai recessi mnemonici di quel tempo remotissimo. Ho ricordato in particolare il giorno in cui padre Ilario, catechista e parroco, dovendo ricevere i genitori dei ragazzi nel rituale incontro preparatorio a Prima Comunione e Cresima, al nostro turno, ci fece entrare nell’ufficio impregnato d’incenso della canonica. La sequenza di quegli attimi è scorsa lenta e chiara nei miei occhi perduti nel vuoto; ho rivisto la scena come se avessi pigiato il rallenty di un immaginario video registrato. I miei parlottano col parroco attorno a una scrivania. Lilli è seduto fra loro. Io girovago per la stanza. Sento, distratto, senza udirle, alcune domande di Babbo nel consueto timbro che sempre mi allerta. La voce per me più familiare, quella di mia madre, si diffonde per informarsi su particolari più pratici della cerimonia religiosa. Padre Ilario, con modi garbati ma spicci, spostando di continuo le vivide pupille all’interno dei suoi occhialini da intellettuale, chiarisce i dubbi, definendo il ruolo di ognuno nel giorno della festa; sempre distratto, odo a malapena che Mamma quella mattina non dovrà essere presente in Chiesa per la Comunione e nemmeno in Cattedrale per la Cresima. - Infatti, le foto della nostra Prima Comunione e Cresima confermano la sua assenza. - La cosa non mi meraviglia più di tanto, so della consuetudine liturgica che, anche in occasione del battesimo, non prevede la presenza delle madri. Intanto, nel mio lieve gironzolare, noto su un mobile d’angolo un libercolo con copertina nera e senza alcuna scritta sul frontespizio. Sembra molto vecchio; le pagine, sottilissime, mi ricordano la pelle trasparente delle mani di nonno; la scrittura è in rilievo come le vene di quelle mani. Sfoglio il libretto a caso, delicatamente, soffermandomi poi a leggere due delle pagine, l’una di fronte all’altra. Il racconto che vi è scritto lo assorbo con finta indifferenza, inconsciamente fastidiosa. Richiudo il libricino, deponendolo dov’era. Avrei dimenticato tutto di quei momenti, se l’eretico “Codice da Vinci” non mi avesse rovistato nella testa, facendoli riaffiorare integri. Il Brown molto probabilmente ha avuto occasione di leggerlo quel piccolo libro. Prendendone spunto, ha poi scritto, novello giuda, soprattutto per denaro e per fini pubblicitari, la sua storia tanto fantasiosa, distorcendone il contenuto che io avevo avuto modo di esaminare con molta attenzione in quell’indimenticabile giornata della mia adolescenza. Ed ecco, parola per parola, quello che in realtà vi era scritto.
<<…… Documenti apocrifi del primo secolo Cristiano narrano che …… “…… A Cafarnao, presso il mar di Galilea, Gesù aveva sentito parlare di una peccatrice. Le leggi del tempo condannavano le adultere alla lapidazione. La donna era incinta non del marito, che intanto l’aveva ripudiata. Il Nazareno intuì che doveva agire subito per salvare due vite. Appena saputo il nome della donna e della città, poco lontana da Cafarnao, si avviò di corsa verso Magdala per evitare la morte di Maria e della sua creatura. I Discepoli cercarono di starGli dietro, ma Gesù andava tanto veloce da levitare sulla strada, sino a scomparire del tutto alla vista di chi Lo seguiva. Mentre procedeva, aveva già predisposto con la Sua infinita bontà un piano per salvare madre e nascituro dalla cattiveria umana. Giunto sul posto, domandò ai savi della città di condurlo a casa della donna e lì, alla presenza dei convenuti, dichiarò che avrebbe sposato Maria perché Padre del bambino. E’ sempre insito nella Sua natura il compito precipuo di prendere sulle Proprie spalle i peccati del mondo. I Discepoli sapevano che non era la Verità, ma capirono che il Nazareno non avrebbe mai potuto comportarsi in maniera diversa da Giuseppe che anni prima, a sua volta, aveva riconosciuto, pur non essendone il padre, il Figlio di Maria come suo, per espressa volontà Divina. E come Giuseppe e Maria, pure Gesù e la Maddalena vissero in sola comunione Spirituale. Del bambino della donna si sa con certezza che fondò una dinastia di gente onesta e franca.”
D’altronde il rapporto del Salvatore con la Maddalena non poteva avere un fine diverso, vista la Sostanza pienamente Spirituale con cui Lui era stato concepito. Quel corpo che la conteneva Gli era stato affidato solo per poter dimostrare all’uomo le sofferenze che si possono sopportare per la Fede. I miscredenti non riescono proprio a vedere più in alto. Attaccati come sono alla materia, hanno l’errata, umana convinzione che Gèsù, perché dotato di sembianze simili alle proprie, potesse veramente sentire le loro stesse basse sensazioni fisiche. Se così fosse, non avrebbe mai potuto essere il Figlio di Dio, altrimenti lo saremmo tutti. Si convincessero che il Figlio Divino è composto totalmente di Sostanza sovrannaturale propria del Padre. Sostanza che solo in minima quantità è stata afflata in noi a rappresentare quella parte dell’uomo impalpabile, astratta, di altra dimensione. La parte senza peso, ma la più essenziale, che “sentiamo” in noi ma non riusciamo a vedere, né a toccare, se non dopo essere trapassati in quella medesima dimensione trascendente, divenendo integralmente di quella stessa Sostanza del Padre e del Figlio.>>
Questo ho letto, e questo ho riportato per amore di Verità. Ogni altra versione è del tutto pretestuosa e sostenuta solo dai Browniani, nel frattempo diventati una setta, tesa con tutto il proprio essere a perseguire solo fini immanenti. In conclusione, è la filosofia di vita sostenuta da coloro a cui mancherà sempre qualcosa perché non in grado di volere e poter mai concepire la dimensione Divina.

redatto a Bari il 15.6.2005

lunedì 1 ottobre 2007

CARITA’ URBANA

Sor Limone passeggiava in città. Nove mendicanti in punti diversi gli avevano chiesto un soldo. Aveva solo dieci euro in tasca. Pensò che avrebbe potuto dividerli con loro, un euro a testa. Ma a fine giornata, con quel misero obolo, sarebbero morti tutti e dieci. Si disse, quindi, di aver fatto bene a tenere la moneta tutta per sé. Almeno uno l’aveva salvato!

redatto a bari il 15.12.2006

IL SOMARO COCCIUTO

Rocchino menava vita grama nella sua Noicattaro, paesello pugliese alle porte di Bari. Il padre morendo gli aveva lasciato un piccolo appezzamento brullo e sassoso appena fuori paese, e un asino chiamato in famiglia Arriò. Il somaro, più giovane di Rocchino, gli faceva da carro per gli attrezzi agricoli. All’alba, appena svegli, i due si davano una energica scrollata e una rapida lavata. Poi Arriò, caricati attrezzi e padrone in groppa, si avviava sulla stradina polverosa che portava all’appezzamento. E sino al tramonto vi trascorrevano tutta la giornata, l’uno a lavorare inutilmente quel terreno sterile e l’altro a rimpinzarsi di erba fresca nei campi confinanti. Era la loro esistenza, un giorno dopo l’altro, come i grani d’un grigio rosario, tutti uguali; tranne la domenica, identica a tutte le domeniche. L’ultimo giorno della settimana Arriò rimaneva a riposare nella stalla accanto alla stanza del padrone; Rocchino, invece, indossato l’abito della festa già usato dalla buonanima del padre, andava in piazza a trattenersi con gli amici per le solite chiacchiere. La monotonia dei giorni lavorativi continuò a susseguirsi senza nessun cambiamento; mentre la noia delle domeniche fu interrotta il giorno in cui un vecchio paesano, emigrato anni prima in America, fece ritorno per raccontare agli amici in piazza come avesse fatto fortuna a cercare oro.

- Una padella traforata per filtrare l’acqua del fiume e pescare pepite, e una bestia per farsi trasportare attrezzi e sacchetti d’oro, ecco tutto quel che serve per diventare ricchi in America, ripeteva convinto il vecchio; anche se in fondo, a guardarlo bene, non è che vestisse proprio di fino. Ma le sue parole colpirono Rocchino.

- L’asino per il trasporto ce l’ho, gli attrezzi anche; vendo il terreno per il viaggio e la padella bucata e vado a cercar fortuna anch’io.

Giunto in America e seguendo i cercatori d’oro come lui, Rocchino e l’asino presero alloggio nella stessa baracca alle porte di un paesello del Far West. La prima cosa che gli venne in mente per darsi importanza fu quella di cambiare il proprio nome in Roch e quello dell’asino in Harriò. Cominciarono presto a lavorare per arricchirsi in poco tempo, riprendendo ad alzarsi all’alba, a darsi l’energica scrollata e la rapida lavata. E Harriò a trasportare attrezzi e padrone su una stradina polverosa, che si inerpicava per un tratto lungo il costone di una montagna, per poi biforcarsi, continuando a salire prendendo a destra e a scendere al fiume prendendo a sinistra. Nei primi giorni Harriò sbagliava direzione, prendendo il tratto a destra. Roch, usando tutte le sue brusche maniere, lo rimetteva sulla strada giusta per il fiume. Nonostante fosse passato un bel pezzo di tempo, il ciuco continuava a sbagliare. Persa la pazienza, Roch, prese a dargli bastonate a tutta forza per rimetterlo sulla giusta via. Ma quel somaro di Harriò, cocciuto più d’un asino, ricadeva ogni giorno nell’errore, inerpicandosi sul tratto a destra; e di conseguenza Roch gli scaricava legnate sul groppone per correggerlo. Senza accorgersi, i due erano ripiombati nel monotono quotidiano tran tran del paesello natio. Ogni giorno alzate, camminate, faticate e raccolta di miseri frutti sottoforma di poche pagliuzze d’oro; era venuta meno anche la bella abitudine domenicale del riposo e delle chiacchiere con gli amici in piazza. La sola variante alla vita grama passata, le quotidiane legnate al bivio. La storia andò avanti per anni. Una mattina, più stanco del solito, Roch si addormentò in groppa all’asino che, giunto alla biforcazione, s’incamminò imperterrito verso destra. Harriò riuscì finalmente a percorrere cocciutamente la stradina in salita, che terminava proprio sotto la parete verticale della montagna. Il dondolio dell’andatura improvvisamente interrotto fece risvegliare Roch. Accortosi che Harriò, non solo aveva preso la strada sbagliata, ma l’aveva anche percorsa tutta costringendolo a una perdita di tempo prezioso, balzò a terra e furioso afferrò il bastone per dargliene alla cieca. Sollevato il legno, però, s’accorse che Harriò, raspando il terreno con uno zoccolo, aveva messo allo scoperto un grosso filone d’oro. Mollato il bastone e dopo averlo abbracciato, fu solo a quel punto che Roch, messi sulle proprie spalle basto e soma, capì chi fosse il vero asino cocciuto.

redatto a Bari il 19.10.1964

CACCIATOR CACCIATO

La torma armata di cacciatori invase all’alba il bosco. Dai loro eretti fucili spari a raffica sventagliarono le foglie degli alberi. Dietro i loro rami cercavano inutilmente riparo i poveri uccelletti. Molti erano stati già colpiti e giacevano sulla terra umida del sottobosco. I superstiti, non sapendo più come difendersi, si riunirono a consiglio nominando il più coraggioso di loro per parlamentare. Il rappresentante dei volatili, sventolando la bandiera bianca per chiedere tregua, disse:

- Cacciatore, perché tiri all’uccello, se a te l’uccello non tira?

Non aspettandosi un tiro tanto basso, i cacciatori furono costretti a battere in rotta con i loro fuciletti, resi impotenti dal buon senso di un umile uccelletto.

redatto a Bari il 2.12.1999