domenica 7 novembre 2010

A PASQUALE ABRESCIA


Mio caro Pasquale, mio caro fratello, oggi son due anni che ci hai lasciato. Da soli a continuare nella sofferenza in questa dannata valle di mostri. Siine certo, non ti sei perso nulla, anzi, hai evitato di assistere a tante altre brutture a cui un animo nobile e sensibile come il tuo non si è mai rassegnato. Ci manchi tanto. Mi mancano le visite che molto spesso ti facevo nel tuo ufficio sul Lungomare. Quell’ufficio che ti ho sempre invidiato, perchè vi si godeva una delle più belle viste sul nostro splendido mare. L’ultima volta che sono stato lì da te era luglio del 2008. Guardavamo la gente che affollava Pane e Pomodoro, quando nei nostri occhi una luce improvvisa ci schiarì la memoria riportandoci indietro nel tempo. Fummo colpiti dallo stesso pensiero che esprimemmo insieme ad alta voce “Ma non era mica lì Pane e Pomodoro”. Realizzammo in quel momento di essere stati fra il gruppo di ragazzi che “hanno fondato” la spiaggia di Pane e Pomodoro, quella originale. Mi suggeristi di scrivere alla Gazzetta per chiarire l’errore di ubicazione di quello che è stato uno dei luoghi felici della nostra infanzia. Te lo promisi, però il tempo, infinito ma mai sufficiente, non mi ha permesso di mantenere. E’ stato nella primavera del 1954 che il nostro gruppo di deci-dodicenni, il gruppo della Quarta Traversa di Japigia, si è conosciuto. Provenivamo da diversi quartieri di Bari per abitare le nostre case nuove. Poche settimane alla chiusura delle scuole, ma tanti di noi avevano già preso la strada del mare. La più breve era quella che in cinque minuti, percorso il campo di erbacce intorno alla stazione di Parco Sud, attraversando il fascio di binari e scavalcando la staccionata di cemento che divideva la ferrovia e via Imperatore Traiano, ci conduceva dalla nostre abitazioni alla parte esterna a sud del Lido Marzulli, dove l’accesso al mare era libero. Per entrare nel Lido, invece, bisognava pagare. Dal muro di recinzione del Marzulli e sino allo spigolo del Canalone, prima del ponte del Transatlantico, un ristorante per ricchi, e fra via Traiano e la spiaggia, vi era un campo coltivato a pomodori. Lo chiamavamo “’u lech d’ G’lorm”, un fondo di terra e sabbia, più sabbia che terra, dalla quale Girolamo, il contadino, con tanto sudore arando, seminando e annaffiando di continuo le piantine con acqua di pioggia e di pozzo raccolta nel pilone di cemento al centro del campo e distribuita nei solchi arati, riusciva a coltivare grandi pomodori rossi, dolcissimi. Prima di andare a mare, noi ragazzi e ragazze, con qualche lira avuta o presa a casa, passavamo dal Panificio Japigia sul viale per comprare un panino, con gianduiotto o formaggino; io, tu, Lilli e Nicola al panino preferivamo dividerci le quattro pagnotte che componevano il mezzo chilo di pane a forma di quadrifoglio. Appena sulla spiaggia togliendoci, sempre di corsa, sandali, pantaloncini o gonne, e magliette, si entrava in acqua tutti insieme sollevando di proposito schizzi per bagnarci subito; si usciva dal mare soltanto quando le dita delle mani erano completamente raggrinzite e bianchissime. Con le mani ancora umide ognuno prendeva il suo panino e companatico pronto ad addentarli con l’amore della fame infantile. Ma alcuni restavano delusi scartando il proprio companatico: gianduiotti e formaggini avevano stessa forma a triangolo e stessa carta stagnola dorata; nella fretta dell’acquisto era facile confondersi nel prendere uno per l’altro. Scambiandoseli, il più delle volte il problema era risolto se gli scontenti erano in numero pari, altrimenti nemmeno lo scambio sistemava l’avversione per uno o l’altro dei companatici; allora bisognava accontentarsi del solo panino. Un giorno d'agosto di quel gioioso '54 capitò a me di rimanere a pane asciutto. Il primo morso non ne voleva proprio sapere di andare giù. Mi guardai in giro e vidi i pomodori già belli e maturi nel campo lì vicino; fu un gesto istintivo il raccoglierne uno grosso e rossissimo, sciacquarlo nel mare per liberarlo da terra e sabbia, spiaccicarlo succoso nel panino che ci facevamo tagliare prima dal panettiere, e mangiarlo con maggior piacere per non averlo pagato. Da quel giorno tanti di noi, anche per tenersi in tasca qualche soldo, presero l’abitudine di mangiare il panino del Panificio Japigia col pomodoro di Girolamo. Diventò naturale, perciò, la mattina quando ci radunavamo nel cortile delle nostre case, domandarci e risponderci “Mario, vieni a mare?” “Dove?” “A Pane e Pomodoro”. Così è nata, non la leggenda, ma la vera Storia di Pane e Pomodoro. La zona esatta della nostra spiaggia, quindi, era molto più a sud; più o meno nella parte finale dell’attuale Punta Perotti. Quella della Nuova Pane e Pomodoro alla nostra epoca non esisteva neanche, lì era tutto mare; la strada che la costeggia non c’era, perché il lungomare Nazario Sauro terminava girando nella via Di Vagno, alla fine della quale vi era il vecchio passaggio a livello di Japigia, quello proprio a ridosso delle basse casette sulla ferrovia. Non c'era nemmeno il giardino Gramsci, al suo posto vi era un lido di baracche di legno; Di fronte all’odierna Pane e Pomodoro vi era un alto muro di tufi, sotto cui s’infrangeva il mare; al di là del muro era situato il campo “Morcavallo” con alcune officine poste sui lati corti, botteghe di fabbri soprattutto; in quel campo giocavamo a calcio. In una occasione nel rettangolo di gioco si fermò per una settimana anche un circo. Quando si giocava su quel campo, ci imbrattavamo completamente di nero perché il fondo, invece che di terra, era composto da polvere di carbone. Dopo la partita, per lavarci e toglierci quella polvere di dosso, sgusciando da una apertura che c’era alla base del muro, facevamo altre corse sulla spiaggia, che oggi è diventata la carreggiata sud di Punta Perotti, per raggiungere la nostra Pane e Pomodoro dove, fra le altre cose, sono nati i primi giovanili nostri amori: Rina, Gildarosa, Lia, Pupetta, Rosetta, Anna, Antonietta, Ninetta, Silvia, Annetta, Maria, e tante altre ormai nascoste negli anfratti della memoria; quanti bei fiori freschi e odorosi c’erano nel prato della nostra verde età, e fragranti come il nostro pane e pomodoro.

Edito a Bari il 7.11.2010

domenica 31 ottobre 2010

MISTER ONOFRIO FUSCO



Caro Maestro, un dolore grande mi ha pervaso alla notizia della tua tragica scomparsa. Dopo tanti anni, ricordo ancora nitidamente quello splendido mattino assolato dell’otto maggio del 1958, quando ho avuto la gioia di conoscerti. Mi ero presentato al vecchio Stadio della Vittoria per un provino e per te sono stato subito “pupetto”. E’ il nome che mi affibbiasti lì per lì, certamente per la mia giovanissima età. E’ il nome con cui mi hai chiamato per strada ancora qualche mese fa: non hai mai dimenticato nessuno dei tuoi ragazzi; non solo sei stato un maestro calcistico per tutti, ma per molti anche maestro di vita. Quanti giovani sono cresciuti con i tuoi paterni insegnamenti; i Catalano, i Frisini e Carrano e Taiano, Mele, Quadrello, Consiglio, Caprio, Nonnato e tantissimi ancora, della mia e di altre generazioni. Mai avresti immaginato che la tua vita avrebbe avuto fine proprio per mano di quei ragazzi che tu tanto hai amato. Perdonali; perché sicuramente non ti hanno avuto loro maestro! Sfortuna per loro, fortuna per te: ora alleni allievi migliori nei divini prati. Arrivederci, mister Onofrio Fusco, uno dei tanti tuoi figli ti saluta con amore. Sempre tuo, vitopetino “pupetto”.
Edito a Bari il 9.11.1994

martedì 13 ottobre 2009

FALSO GABIBBO
Ahi!, quoque tu, Gabibbo, ex amico mio; che rossa delusione sei stato! Ti ho sempre pensato veramente al di sopra delle parti; ma anche tu, come quasi tutti quelli che mangiano dalle notizie, ti sei dimostrato quel vacuo pupazzo di gommapiuma che in realtà sei, inchinandoti pecorellescamente al potere del padrone che ti foraggia. Che delusione per me, soprattutto dopo le telefonate che mi hai fatto per avere conferma della notizia, vedere che ti sei tirato indietro, probabilmente perchè ti hanno informato che il matusalemme dottor Palma è un protetto del ministro Fitto, a sua volta protetto dal ministrone Berli, tuo padrone. Avrei potuto fornirti altre notizie di ingiustizie quotidiane che si commettono nella mia città a danno di indifesi cittadini; ne ho un enorme forziere, stracolmo; fornendoti per anni e senza farti nè inchinare e nè condizionare la mente. Per tua comodità, ti rammento l'argomento glissato, riportando per intero la vicenda del dottor Palma, in forma e contenuto identici alla mail inviatati all'epoca. Il mio unico intento è stato quello di agire nel solo nome di un paio di paroline, oramai straniere a noi italiani, Verità e Giustizia. Intanto, provvederò a fare da me, pubblicando la notizia, completa di questa lunga premessa, sia sul mio blog personale, che su Facebook. Ciao, ti saluto.

redatto a bari il 13.10.2009 (in risposta a una notizia mai data "Nosocomio o Manicomio?" del 9.11.2008)

domenica 11 ottobre 2009

INAUGURAZIONE TEATRO PETRUZZELLI
Molti baresi hanno contestato la doppia inaugurazione del Petruzzelli, lamentandosi ingiustamente sulla preferenza data ai vip concedendo loro la prima serata. Gli organizzatori non hanno fatto altro che seguire l’indole naturale della Città, la sua doppia anima. Giusto, perciò, mantenere ben distinti, anche in questa occasione, i patrizi dai plebei: da una parte i Massimiliano, gli Amedeo e le Elena, dall’altra i Feluccio, i Rocchino e le Filomena; con buona pace della democrazia e degli ultimi duemila anni di storia trascorsi inutilmente.

edito a bari il 6.10.2009

domenica 23 novembre 2008

L’UMANA TRAGEDIA
(parte prima)

PROLOGO
La tragedia
Son quasi alla fine del lungo cammino, poco prima dell’ultimo tratto; mi soffermo spesso e volutamente, ora, a considerare quel che ne ho fatto della mia vita. Di ciò che diventeranno le mie membra ne ho certezza. Dubbio assoluto mi pervade su quel che ne sarà del mio Spirito al termine del tratto finale.

La Luce iniziale Che Gli ha dato vita e L’ha sorretto per tutta l’infanzia è ormai spenta. Quale sorte L’aspetta per aver così a lungo abbandonato la Verità? Prima di renderLo, dunque, voglio girovagare in me alla Sua ricerca; ritrovarLo per restituirLo, certamente non immacolato ma almeno ripulito, a Colui che l’ha creato.

Nel ribollire di pensieri, è quello che più degli altri emerge anche in questa stupenda mattinata settembrina del nome Santo di Maria, nell’anno duemila dal Nostro Cristo Gesù. Sto tornando a Bari e un mezzo più grande del mio mi sbalza dalla strada; mani premurose mi estraggono ferito dalle lamiere sanguinanti.

L’ambulanza scatta lacerando l’aria, il mio Spirito si stacca dal suo corpo. Sono morto alle otto di questo meraviglioso mattino di settembre. Ormai svincolato dalla materia corporea, soavemente leggero come non mai, Egli comincia a librarsi sul mondo, oltre il mondo, involandosi nella Sua naturale Dimensione.
Il Miracolo
Persa ogni terrena forza, composto del solo mio Spirito, continuo il viaggio per Divina Attrazione. Dopo aver attraversato nubi e mondi conosciuti, aver oltrepassato l’infinito, resto all’improvviso immobile, incerto. Dove sono? E’ questo il luogo giusto per mondarmi dalle residue scorie terrene? Odo voci inconfondibili.

Colgo la voce paterna della giovinezza - “Ragazzo, sei più grande di tuo padre”.1 -, e la voce materna dell’età matura - “Tino di mamma tua, vieni, abbracciami”. - Vedo i miei venirmi incontro condotti per mano da Nico,2 dei tre il più esperto della Nuova Dimensione. Biondo, occhi azzurri, ha conservato l’aspetto migliore avuto sulla Terra.
1 Nel 2000, quando si rivedono, Tino aveva 56 anni, mentre suo padre, morto nel 1964, ne aveva 54.
2 Nico, fratello di Tino, morto nel 1953, all’età di 15 mesi.

Mio padre capì subito dall’espressione del mio viso cosa volessi sapere. “Vedi, Tino, appena giunti in questo luogo, chi non si è macchiato di grandi peccati, acquista l’aspetto migliore che si sia avuto in Terra. I più malvagi quello peggiore. Gli irrecuperabili, invece, si trasformano in quei mostri che diventavano nel momento dei loro delitti”.

Abbracciandomi, mi invitano amorevolmente a sedermi su una panca, spiegandomi il perché io sia lì e la Divina Missione che mi sarà affidata quale prescelto da Dio per annunciare agli uomini le Sue vere Leggi, travisate e distorte nei secoli da intendimenti interessati di scrittori e interpreti della Sua Parola.

Vedrò la Luce e la Luce mi parlerà direttamente, in modo da evitare passaggi che possano falsare l’interpretazione del Suo Pensiero. I mie cari mi comunicano che avrò guide d’eccezione per lo straordinario viaggio. I sommi scrittori della lingua latina, dello stil novo e del moderno italiano mi accompagneranno lungo il cammino della Verità.

La Verità
“Con gli occhi della nostra epoca abbiam visto una verità offuscata dal pensiero contemporaneo che rispettivamente ci nutriva. Ma il gran tempo qui trascorso ci ha permesso di vedere la Verità sgorgare pura dalla sorgente di Luce ch’è Dio nostro. Or tu la conoscerai direttamente dalla Sua voce” disse il bucolico latino.

E così, salutando i suoi, Tino si avviò accompagnato dai tre saggi sul luminoso cammino alla ricerca di quanto perduto. “Conoscerai la struttura dei Sette Cieli che compongono la Divina Dimensione. L’Inferno non esiste; e gli altri due luoghi da me descritti sono del tutto diversi nella realtà.” furono le parole del grande fiorentino.

La voce del padre del moderno italiano si spiegò “Inizierai il viaggio dal Settimo Cielo e, man mano scendendo verso la Terra, giungerai al Primo Cielo, quello degli eterni dannati, quello più prossimo all’umana dimensione, affinchè siano le ultime immagini che percepirai, le più indelebili a ricordarti il Male per meglio raccontarlo”.

“Cominceremo con lo spiegarti il luogo dove siamo ora” disse Virgilio. “E’ nominato Purificatorio ed è l’anticamera ai Sette Cieli” proseguì Dante. “Tutte le anime qui giunte sono obbligate a passarvi per conoscere la loro destinazione finale” completò Alessandro. E condotto da tali maestri il mio Spirito cominciò ad apprendere.

Il Purificatorio
E’ questo il luogo d’arrivo di tutte le anime, qui sono depositate le parti residue delle coscienze di ogni individuo, che appena giunto indossa la lunga tunica della tonalità consona ai suoi peccati e si avvia verso il Cielo di sua competenza, sapendo già di quale si tratti perché subito dopo aver indossato la tunica riacquista la coscienza perduta nella vita terrena che lo rende talmente giusto sino a darsi da solo la condanna; le tuniche vanno dal bianco abbagliante al rosso sangue.

La medesima Forza che l’aveva lì attratto riprese a condurre Lui e i tre sommi al cospetto di Nostro Signore. Più salivano e più erano avvolti da un bagliore soprannaturale, ma non ne erano accecati. Tino, circondato da un benessere mai provato, udì una voce persuasiva provenire dal cuore del bagliore. La Luce racconta.

PAROLA DI DIO
La Creazione
IO sono il principio: Io, il Mio Spirito. Io col Pensiero del Mio Spirito ho creato il Nulla. Nel Nulla ho esteso il Vuoto Infinito. Nel Vuoto Infinito ho creato il Mio Eden. Ma le due Creature più amate, tradendo la Mia Volontà, si sono nutrite del frutto del Mio Sapere scatenando, così, la Mia Ira consapevolmente.

Ho dovuto cancellare, perciò, comprimendolo in un pugno, il Mondo Perfetto, sino a farne un invisibile punto in cui ho concentrato la Mia Immane Ira. In quella massa invisibile ho racchiuso tutta la materia esistente del Mondo Perfetto appena ripudiato; contenendo però in ogni sua infinitesima particella il Mio Spirito Puro.

Prima che aprissi quella mano virtuale affermai le Mie Leggi, i Miei Principi per permettere di ritrovare l’Eden Perduto a tutti quelli che li avessero seguiti. Rilasciando l’immane energia ho detto: “Che sia il mondo più periglioso e inadatto a te, uomo; ti lascio quella parte del Mio Spirito per darti una possibilità di salvezza.

Ti faccio dono di un corpo deteriorabile ma che ti permetterà di perpetuarti. Avrai così la possibilità di adattarti al nuovo mondo che ti porrò sotto gli occhi, penetrarne i più remoti segreti per svelarli; sei libero di comportarti come meglio credi, ma tieni sempre immacolato il Mio Spirito che è in te.

Il Patto
Segui le Mie Leggi per renderMelo candido; riconquisterai così il Paradiso Ritrovato.” Da quel momento la straordinaria potenza dell’invisibile massa ha cominciato a espandersi in quello stesso Vuoto Infinito, liberando contemporaneamente Spazio e Tempo, dando vita quindi all’Universo.

Una forza straordinaria esplode.
L’Universo al suo nascere era quell’invisibile sostanza che in ogni sua più piccola parte conteneva lo Spirito Divino, il quale, come nella precedente Creazione, era presente in ogni dove. Tutta la materia ha cominciato ad evolversi, racchiudendo l’invisibile particella della Sua Anima.
I primi corpi celesti sono stati dolcemente espulsi nel Vuoto Infinito. L’Universo ha cominciato a espandersi, lo Spazio a riempirsi, il Tempo a scorrere e la Luce a illuminare il loro eterno cammino. E’ il principio della Vita di cose, animali, uomini. Le Sue Leggi già regolano la loro esistenza.

Per l’Amore particolare che sempre nutre per loro, il Signore ha concesso agli uomini il Libero Arbitrio nei comportamenti terreni; il vincolo alle Sue Leggi è stato l’unico patto che ha imposto loro per meritarsi nuovamente il Mondo Perfetto, quello del Settimo Cielo. Ha stabilito di porre il Suo Eterno Libero Spirito fra spiriti liberi terreni.

La Divina Struttura
Dio crea l’uomo consegnandogli il mondo come una pagina bianca e, come l’autore di quiz da risolvere, gli affida il compito di svelarli mano a mano che la sua cultura, la sua intelligenza e la sua civiltà si sviluppano. Proprio facendolo partire con queste tre doti al minimo, all'uomo è stato affidato lo scopo più alto.
Creare anche un solo uomo con le tre capacità al massimo, in grado di svelare in un attimo l’arcano del mondo, non avrebbe avuto alcun senso; privando l’umanità di quegli stimoli per cui conviene viverla tutta la vita: nascere, crescere, lavorare, guadagnare, nel sano principio delle Leggi Divine. Accumulare le esperienze necessarie per morire in pace e conquistarsi il Cielo che si è meritato.
Il viaggio è fatto a ritroso per permettere al designato di tornare sulla Terra con le immagini più nitide del Primo Cielo, quello dei dannati in eterno che, col Settimo, è l'unico Cielo dove si risiede per sempre. Dal Secondo al Sesto sono distribuiti gli altri peccatori, che li risalgono gradualmente, dopo aver scontato la condanna temporale per ognuno dei Cinque Cieli.

Il Settimo Cielo o del Paradiso
Il Cielo dei Santi
Il Cielo dei Santi e della Felicità Eterna, in compagnia della Luce Divina. Cielo azzurro che permette di vedere cose degli altri cieli e cose terrene. E’ il cielo della gente comune che ha sofferto del suo per colpa di altri in una vita anonima.

Il Sesto Cielo
Veniali peccati quotidiani
Condannati a qualche centinaio d’anni per colpe leggere, visione limpida ma molto distante del cielo massimo e delle cose terrene. E’ il cielo della gente comune sacrificata in fatiche e giornate anonime.

Il Quinto Cielo
Violenze sugli adulti a scopo immorale
Condannati a qualche migliaio d’anni per colpe involontarie, fitta nebbia che non fa intravedere il mondo spirituale, ma solo quello terreno.

Il Quarto cielo
Omicidi involontari
Cielo grigio e nebbioso che impedisce di vedere oltre. I rei sono condannati a milioni di anni in questa condizione, pima di risalire al cielo superiore.

Il Terzo Cielo
Omicidi volontari per sopprimere dittatori cruenti
Omicidi miranti a liberare il mondo da mostri con sembianze umane. Il Cielo a cui sono destinati i rei di tali atti, condannati a qualche milardo d’anni, Cielo scuro che impedisce di vedere oltre.

Il Secondo Cielo
Violenze sui bambini
Il Cielo a cui sono condannati i rei di abusi sui piccoli, ma senza che abbiano causato vittime: condanna eterna meno un pizzico (Cielo nero che impedisce di vedere oltre).

Il Primo Cielo
Lucida Follia
Condanna dei lavoratori delle fabbriche di armi di ogni epoca, perché in piena e libera coscienza sapevano di costruire strumenti di morte, utili solo ad annientare vite umane. Non hanno nessuna attenuante.
Il Cielo a cui sono condannati in eterno tutti quelli che hanno causato, direttamente o per mezzo di altri, la morte di un proprio fratello, o di chi li ha fatti assolvere distorcendo la Verità (killer, politici, re, tiranni, avvocati e giudici, delinquenti comuni ed organizzati, stupratori, eccetera). Cielo rosso sangue, che impedisce di vedere oltre il luogo del proprio crimine, che li assillerà, insieme alla scena del delitto, continuamente in eterno. Acquisita piena coscienza, i rei subiscono la pena peggiore per l’essere umano (condizione che mantengono per l’eternità), la sofferenza psichica, sino a raggiungere uno stato di lucida follia, (lucida perchè sofferenza cosciente, senza dubbio più atroce di ogni altra fisica). Sanno, finalmente, che non sono stati mai soli al momento del delitto: un testimone vi era sempre, il più attendibile, il peggiore, per loro, dei testimoni, lo stesso Giudice Supremo che li ha condannati per l’eternità col rivivere continuamente il loro crimine, senza più alcun falso alibi, patendo, oltre la citata sofferenza psichica, anche quella inferta alla propria vittima. I dannati di questo Cielo conservano per sempre l’aspetto fisico del momento peggiore della loro vita: l’abbrutimento allo stato puro.
(continua)
- Il Puzzo dell’Odor di Santità.
- La Falsa Onestà.
- La coscienza nera (tale rimane).
in elaborazione; abbozzato dall'1.1.2001

martedì 11 novembre 2008

A DUE CARISSIMI AMICI, ANNA E CIRINO

Non è vero che il primo amore non si scorda mai o, almeno, non sempre è vero. Infatti io ho avuto tantissimi amici nella vita, soprattutto in gioventù. Li ho quasi tutti dimenticati, anche quelli dell’età dell’innocenza. Ma in questi giorni, aprendo quello scrigno dei tesori che ognuno di noi porta nel cuore, ho scoperto, al di là dei figli, tre perle inestimabili: mia moglie, naturalmente, e Cirino e Anna, i due amici più cari della mia esistenza, anche se conosciuti in età matura. Ciò che più mi ha legato a voi è la semplicità, la purezza che vi contraddistingue. Anna, tu con la tua grazia, e tu, Cirino, con la tua forza e nobiltà d’animo, siete sempre pronti ad offrirvi agli altri; la vostra generosità è ammirevole. Chiunque bussi alla vostra porta, siano giovani o meno, è sempre certo di avere da voi una parola di conforto un consiglio prezioso. Vedervi sempre così uniti è pura melodia per l’anima. Anna, negli ultimi tempi vedo che ti sei volontariamente sottoposta ad uno stress gravosissimo, ma lo affronti sempre con il tuo più bel sorriso sulle labbra; la puntualità, la precisione con cui stai dietro a Cirino è vero amore. Cirino, sei fortunato ad avere accanto una donna tanto forte, non devi mai temere nulla con lei al tuo fianco. Sono certo che il Signore vi conserverà sempre uniti e, soprattutto, avrà continuamente un occhio benevolo su di voi. Io sono orgoglioso di avere due amici così; e sarò sempre pronto ad offrirvi una mano, come voi l’avete sempre offerta agli altri. Sarò il pilastro saldo e sicuro a cui potrete sempre affidarvi. A questo punto, come facevano gli scrivani di antica memoria (Totò docet), devo tendervi la mano per un obolo; vi prego, però, non monete ma opere di bene: due bucatini alla Furnò vanno benissimo. Naturalmente in una occasione futura.
Vito Petino, vostro sempre caro, spero, amico del cuore.

redatto a bari l’11.11.2008

domenica 9 novembre 2008

NOSOCOMIO O MANICOMIO?
Proprio vero che al Policlinico di Bari ne succedono di cose pazzesche! Ma l’ultima è assolutamente da manicomio. Viene indetto un concorso per titoli in cui si omette, volutamente o no, di stabilire il limite di età. A febbraio scorso il vincitore, dottor Palma Rocco classe 1923, un arzillo giovanotto di 85 anni, prende servizio con un contratto co.co.co. alla modesta, per lui, cifra di 3.000 € mensili, poiché si sta parlando di persona benestante e con una pensione molto alta. Noi cittadini, che, nonostante tutti gli sforzi, non riusciamo a comprendere la logica di tale rapporto, ci chiediamo se non sarebbe stato molto più utile alla comunità assumere tre giovani dottori, molto più efficienti, a 1.000 € mensili, visto che il dottor Palma si limita a giungere col taxì ogni mattina in ufficio, per poi appisolarsi sul giornale che funge da federa per la scrivania, trasformata all’occorrenza in semplice guanciale. Non siamo riusciti a sapere altro su quelle che dovrebbero essere le sue reali mansioni, se non che si tratta di un ex direttore sanitario dello stesso ospedale in cui, per agevolazioni varie, ha potuto lavorare sino alla bella età di 70 anni. E’ mai possibile esercitare ancora tanta influenza sui molti suoi sottoposti d’un tempo, tra cui anche il figlio tuttora in servizio? Probabilmente si tratta d’un uomo inossidabile, e non ci pare che lo sia per quel che abbiamo avuto occasione di vedere con i nostri occhi; ma se lo fosse realmente, comunque non è quello il posto che dovrebbe occupare. In un bel laboratorio scientifico, a totale disposizione di geniali ricercatori, diverrebbe molto più utile all’umanità tutta. Matusalemme non è alla nostra portata per studiarlo; accontentiamoci di Palma Rocco.

redatto a bari il 9.11.2008
DON GIOVANNI, VENIA

Mai avrei immaginato che la mia lettera scatenasse un rumore tanto roboante da intronare mezza Noicattaro. Un’assonanza ancora più assordante delle stesse campane della Chiesa di Santa Maria del Soccorso. L’idea di mancare di rispetto a chicchessia, anche minimamente, è la cosa più distante dalla mia mente. Non ho fatto altro che cogliere una protesta, leggera come zefiro, aleggiante nel nostro quartiere da qualche settimana e trasformarla in uno scritto goliardico. E forse il mio errore sta proprio in questo, aver voluto scherzarci su per dare del nostro caro don Giovanni l’immagine del prete jè-jè, del sacerdote moderno che predica il suo verbo con i mezzi più all’avanguardia che il nostro tempo ci offre. Tratto in errore perché i miei occhi l’han visto sempre come il Don Camillo televisivo che tanto mi affascina. In quanto al ballo indemoniato, ho solo voluto mettere in risalto tutta la giovanile energia, sana e attiva, di cui don Giovanni è stato dotato da Nostro Signore; energia che egli infonde, senza mai risparmiarsi, in ogni sua azione. Non è cosa semplice mandare avanti con pochi mezzi una parrocchia tanto popolosa come la sua. In tutta sincerità, poi, devo confessare che, personalmente, il suono delle campane, naturale o elettronico che sia, lo adoro. Quando la nostra Chiesa ne era priva, dovevo forzare l’udito per cogliere il lontano e dolce scampanio da altre Chiese. L’eterno suono delle campane è la voce del Signore che sempre chiama; è la voce della giovinezza; è la voce della festa; è la voce che ci accompagna per tutta la vita. E’ l’icona indissolubile dell’Ecclesia. Un doveroso saluto al nostro don Giovanni, rinnovandogli l’immutata stima e il perdono se involontariamente il mio pensiero è stato travisato.

redatto a bari il 9.11.2008

domenica 19 ottobre 2008

TARANTOLATE
Da poco più di un mese la pace non è più con noi in quel di Noicattaro. Dalla Chiesa di Santa Maria del Soccorso un continuo tarantolare di campane rompe quel silenzio ristoratore che, soprattutto la domenica, riconciliava gli animi con il Sacro Spirito. La situazione è grave. Diviene quindi impellente che qualcuno faccia immediatamente qualcosa. Chi è in grado di reperire un esorcista che lo faccia intervenire. Il buon don Giovanni, parroco della nostra Chiesa, è posseduto dal demonio che, per dannare gli animi di vecchi, infermi e bambini, se ne serve per spingerlo ad un estemporaneo, giornaliero e continuo ballo di San Vito con le campane; campane elettroniche per giunta. Fosse, almeno, il dolce e consolante scampanio naturale di antiche pievi di campagna. Invece, no. Sono soltanto assordanti suoni da discoteca i quali, da un altoparlante che ha sostituito in modo sacrilego la Santa Croce di Nostro Signore in cima al “Pan di Zucchero” nostrano, assillano dolorosamente i timpani di tutto il vicinato. Anziani che mal sopportano tale satanico suono; sofferenti che lo subiscono come ulteriore tortura ai propri mali; piccoli che, bisognevoli per la loro tenerissima età di dormire più volte al giorno, hanno perso quel sonno necessario a farli crescere sani; quei bambini di cui Nostro Signore Gesù Cristo ebbe a dire: “…… Quel che farete a loro, lo farete a me ……”. Per tutte queste gravissime ragioni preghiamo, allora, ognuno in grado di farlo, di intervenire per esorcizzare il povero parroco. Rivogliamo il nostro don Giovanni. Ridatecelo rinsavito.

redatto a bari il 19.10.2008

martedì 1 luglio 2008

CARO PAPA’
Abbiamo percorso un tratto della nostra vita tanto lungo in tua compagnia che questi miseri dieci giorni senza di te ci hanno trovati increduli e impreparati a guardarci intorno per trovarti. Quello che riesce a consolarci in minima parte è la consapevolezza di quanto ricca sia stata la tua vita e quanto di quella ricchezza ci hai lasciato in eredità: i tuoi meravigliosi figli sono la gemma più preziosa del tuo lascito morale; tutti vorrebbero averli come fratelli, per provare quel sublime piacere di sentirsi, anche loro, figli tuoi. Per tanti non sei stato soltanto un padre esemplare, ma soprattutto un uomo da imitare nei tuoi modi signorili, nel tuo tratto fiero. La tua vita è stata felice perché amato da moglie, figli, parenti, amici e da chiunque abbia avuto la fortuna di conoscerti. La tua nobiltà d’animo si è sublimata quando, a costo di enormi sacrifici e lavorando sodo, ti sei preso cura dei tuoi nipoti più indifesi; la prova di quanto grande fosse il loro amore per te sono le lacrime cocenti che, al pari dei tuoi figli, pure loro hanno versato perdendoti. Ora hai fatto felice anche la mamma che, finalmente, si è potuta ricongiungere al suo perfetto gentiluomo. Col tuo amore ci hai nutrito per tantissimo tempo, Papà, ma ti giuriamo che i tuoi cento anni non sono stati sufficienti: avremmo voluto tenerti con noi per sempre, in un eterno abbraccio.
I tuoi figli, le tue nuore, i tuoi generi, i tuoi nipoti.

redatto a bari l’1.7.2008